L’intervista

«Scavi Pnrr per la fibra completati a maggio, dal 2028 cassa positiva»

L’ad di Open Fiber, Giuseppe Gola, annuncia la nuova fase: «Pronti a completare i cantieri, ma l’adozione della fibra in Italia è al 30%. Nelle aree bianche copertura al 99%, ora spazio a data center e nuovi servizi»

di Andrea Biondi

L’amministratore delegato di Open Fiber, Giuseppe Gola

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I cantieri stanno per finire. La sfida ora è spingere l’acceleratore sull’utilizzo della rete e sulle attivazioni da parte dei clienti dei vari operatori. Open Fiber arriva a un passaggio clou della sua storia industriale: chiudere la stagione degli scavi e aprire quella della monetizzazione della fibra e della trasformazione dell’azienda puntando dritta sui servizi, ad alto valore aggiunto soprattutto. Quindi meno investimenti infrastrutturali, più clienti, più servizi, più cassa che – dice l’amministratore delegato dell’azienda controllata da Cdp (60%) e Macquarie (40%), Giuseppe Gola al Sole 24 Ore – sarà neutra nel 2027 e inizierà a essere generata dal 2028, con un project financing che scade nel 2029.

Però ora c’è da pensare ai cantieri che devono ancora chiudersi.

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Per poco. Se consideriamo le aree grigie, quelle del Pnrr, al 31 marzo abbiamo chiuso tre lotti su otto – Campania, Sicilia e Veneto-Friuli – e gli altri cinque saranno completati tra aprile e maggio. Quindi finiremo l’intero progetto con un mese di anticipo rispetto a giugno.

E sulle aree bianche, quelle del progetto Bul, che in passato hanno subito ritardi?

I ritardi appartengono a una fase precedente. Ora possiamo dire che il progetto è finito, con oltre il 99% di Comuni chiusi e una coda residua di una sessantina di amministrazioni che presentano vincoli locali. La realtà è che ormai siamo nella piena fase di trasformazione, da un’azienda di “costruzione”, di scavi e di realizzazione della rete in fibra a un’azienda orientata sul mondo commerciale.

Se la rete c’è, dove si gioca adesso la partita?

Sull’utilizzo. Dobbiamo collegare clienti e far crescere i servizi. È qui che si vede il cambio di pelle. il nodo vero resta il take-up, l’adozione del servizio, ancora troppo basso in Italia. Siamo intorno al 30%, sotto la media europea. Il problema è soprattutto nelle aree bianche, dove molti utenti restano sul rame e gli operatori hanno costi di migrazione senza benefici immediati. Anche qui stiamo iniziando a vedere segnali positivi.

Di che numeri parliamo?

In quelle aree abbiamo circa 700mila clienti attivi, con circa 1.500 attivazioni al giorno. È chiaro: il percorso è ancora lungo.

Come si può sbloccare la situazione e accelerare?

Serve un’accelerazione dello switch-off del rame, il cui limite è stato fissato dalla Ue per il 2035 ma sul quale occorre lavorare da subito. E, con ogni probabilità, sarebbero necessari anche incentivi, ma non tanto al cliente quanto agli operatori per sostenere i costi della migrazione. Per quanto ci riguarda raccogliamo tra 5mila e 6mila ordini al giorno e colleghiamo circa 4.500 nuovi clienti. La base clienti continua a crescere, siamo a 3,9 milioni con una leadership nel mercato Ftth. Ma si deve fare di più.

Dal punto di vista finanziario quando si vedrà per voi la svolta?

A partire dal 2027 smetteremo di assorbire cassa e dal 2028 cominceremo a generarne. Dopo aver investito 1,6 miliardi nel 2025 e aver portato gli investimenti cumulati vicino ai 12 miliardi, entriamo, come dicevo, in una seconda fase del nostro ciclo industriale. Nel 2025 i ricavi si sono attestati a 798,1 milioni (+18%), l’Ebitda a 409,5 milioni di euro (+53%) e l’Ebitda margin al 51%, mentre i clienti sono aumentati di 560mila. È il segnale che il modello industriale sta evolvendo verso una maggiore solidità e sostenibilità nel lungo periodo.

La cassa positiva nel 2028, ma l’utile?

Più avanti. Non dobbiamo dimenticare che 12 miliardi di investimenti comportano importanti ammortamenti e poi il debito porta interessi. Tutto questo ci ha portato a investire facendo di Open Fiber il più grande operatore non incumbent d’Europa. E non di poco. Abbiamo una rete che copre oltre 17 milioni di unità immobiliari; il secondo in Europa ne copre 4 o 5 milioni. Noi abbiamo un project financing molto importante, in scadenza nel 2029. A quel punto potremmo eventualmente valutare altre opzioni di finanziamento, come ad esempio l’emissione di bond.

In questa fase state rivedendo i termini del project financing con le banche?

Lo stiamo semplicemente ritarando sulla base della riduzione dei civici da coprire, che è stata decisa. Si tratta di circa 700mila in meno nelle aree grigie, quelle del Pnrr, con una riduzione conseguente dei contributi pubblici.

Ma in questo quadro l’opzione della rete unica, unendo i destini con l’altro operatore wholesale, che è Fibercop, non avrebbe senso?

È chiaro che da un punto industriale avrebbe senso. Certo, nelle aree nere, quelle più infrastrutturate, le reti sono sovrapponibili. Mentre in altri casi sono reti che non si sovrappongono. Ma sono questioni che attengono i soci.

Ad oggi però c’è possibilità di qualche rapporto di partnership?

Non ci sono partnership operative oggi. Al di là delle soluzioni societarie, c’è un punto importante da sottolineare.

Quale?

La rete in fibra non è solo un’infrastruttura tecnologica, ma una vera piattaforma di sviluppo economico e sociale. Secondo un recente studio di Deloitte, ogni euro investito nella rete nelle aree bianche genera circa 4,4 euro di Pil, con un impatto complessivo stimato in 21,5 miliardi e la creazione di circa 343mila posti di lavoro. Il nostro obiettivo è massimizzare questi benefici per il Paese. In quest’ottica siamo entrati in una nuova fase, siamo ad esempio partiti con la realizzazione di Edge data center che consentono bassa latenza e sicurezza dei dati. Parliamo di data center più piccoli nei siti esistenti, sfruttando la capillarità della rete in fibra disponibile. Un altro ambito è quello delle smart city e della connettività per grandi data center. abbiamo già progetti in fase di sviluppo, come all’Aquila. Il cambio di pelle per noi passa anche da qui.

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