Il supporto al sistema Paese

Scannapieco: «Nel piano Cdp al 2027 in campo 81 miliardi a sostegno dell’economia»

L’ad di Cassa Depositi e Prestiti, Dario Scannapieco, traccia la rotta: «Non siamo un centro di potere, ma operiamo sul territorio»

di Fabio Carducci e Celestina Dominelli

L’amministratore delegato di Cassa Depositi e Prestiti, Dario Scannapieco

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«Attorno a Cassa Depositi e Prestiti gravitano tante definizioni: quella che ho voluto contrastare con più forza è che sia la cassaforte dello Stato. Perché Cdp è tutt’altro che un oggetto inerte, fermo e pesante. Non è un centro di potere, ma un centro di servizi, una banca promozionale pubblica che opera in modo proattivo e sul territorio». Dario Scannapieco, un passato da civil servant prima al Tesoro dove, chiamato dall’ex premier Mario Draghi, si è occupato a lungo di cartolarizzazioni e privatizzazioni, e subito dopo alla Bei (la Banca Europea per gli investimenti) come vicepresidente dal 2007 al 2021, è arrivato nel 2021 al timone della Cassa, che quest’anno festeggia il suo 175° anniversario. E, nel primo piano strategico da lui firmato e presentato a novembre di quell’anno, riassunse la sua strategia di trasformazione del gruppo con un imbuto bucato in cui solo i progetti migliori arrivano in fondo: «Era un modo chiaro di rappresentare ciò che facciamo e non facciamo - spiega -. E a quell’imbuto abbiamo dato concretezza con una serie di policy settoriali, poi approvate dal cda, che sono servite a impostare la rotta».

Cdp e Confindustria insieme per la crescita delle imprese

Alla Cdp spesso si rimprovera di essere un soggetto troppo statico. Lei cosa risponde?

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In questi anni abbiamo cercato di ribaltare questa visione. Prova ne è, da ultimo, il roadshow che abbiamo avviato con Confindustria. Finora sono state fatte tre tappe: la prima, quella di avvio a Roma con il presidente degli industriali, Emanuele Orsini, poi Cagliari e l’ultima a Bologna, la scorsa settimana. Pensiamo di completare il tour per l’Italia nei prossimi due mesi perché Cassa non sia vista come un lontano palazzone grigio a Roma. E il nuovo piano industriale ha previsto proprio questo: una Cassa molto più proattiva e vicina ai territori.

La scorsa settimana avete sottoscritto un accordo con l’Anci. Anche questo è funzionale a riavvicinare la Cassa al territorio?

Assolutamente sì. Grazie a quell’intesa, ci impegniamo a lavorare molto più strettamente con i Comuni, così come abbiamo fatto con le Regioni, perché spesso lì si scontano carenze di personale o di competenze specifiche. È un tema sentito perché di frequente le pubbliche amministrazioni hanno spesso un’ampia dotazione di risorse finanziarie in primis i fondi comunitari, ma non dispongono delle competenze interne necessarie per una programmazione di qualità di progetti attuabili e finanziabili, su cui poter spendere le risorse. Su questo, Cdp interviene con la propria attività di advisory, su cui i Comuni contano molto, e quella di capacity building.

Cdp rafforza il sostegno ai Comuni tra Pnrr e consulenza tecnica

C’è un tema sempre forte di mancata messa a terra dei fondi europei in Italia. 

Stiamo lavorando molto anche su questo terreno. Cdp è un implementing partner di InvestEu, il programma europeo chiamato a rilanciare la competitività e la crescita in Europa, e siamo tra le banche promozionali che hanno avuto un maggiore accesso alle risorse europee, con 1,3 miliardi di garanzie. Senza contare che la mia posizione come presidente di Elti, il network degli investitori di lungo periodo del Vecchio Continente, mi dà la possibilità di amplificare la voce di questi istituti promozionali: da KfW in Germania alla Cdc in Francia, siamo ormai 33 e la Commissione Europea individua questi soggetti, che hanno una forte conoscenza delle esigenze dell’economia e della società, come cruciali strumenti di messa a terra del budget comunitario. La regolamentazione del nuovo quadro finanziario pluriennale europeo dovrebbe mantenere l’open architecture, che consente alle banche promozionali di accedere in modo diretto al budget Ue e questo è un grande riconoscimento del nostro ruolo.

Il Vecchio Continente non riesce ancora a superare certi steccati. C’è, invece, una Europa delle Cdp che collabora e condivide strategie o fatichiamo anche su questo?

Ci sono rapporti di grande collaborazione tra le banche promozionali pubbliche europee. Qualche mese fa abbiamo avuto ospite, durante un nostro cda a Bruxelles, Stefan Wintels, l’ad di KfW, e abbiamo anche creato diversi gruppi di lavoro in ambito Elti per parlare lo stesso linguaggio e definire una metrica unica su temi comuni. Lo abbiamo fatto, per esempio, quando è scoppiata la guerra in Ucraina, con un gruppo di lavoro ad hoc tra i nostri chief technology officer per definire strategie condivise di difesa dai cyber attacks ma i fronti di collaborazione sono diversi, a partire dalla tassonomia europea, su cui ci sono degli aspetti che possono essere migliorati. È un approccio molto collaborativo, un desiderio di costruire l’Europa seguendo lo spirito della dichiarazione formulata nel 1950 dall’allora ministro degli Esteri francese, Robert Schuman: «L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto».

Cdp ha garantito in 10 anni oltre 200 miliardi di euro a supporto del Paese, di cui più di 70 miliardi tra 2022 e 2024. Dove sono andati questi fondi?

Tolte le risorse che Cdp ha messo in pista come banca per la cooperazione e lo sviluppo, la nostra attività ci ha portato ad avere un portafoglio crediti che è sostanzialmente diviso al 50% tra quella che è la missione storica della Cdp, il supporto alla Pa, e il sostegno alle imprese. E il nuovo piano, che prevede di impegnare risorse per 81 miliardi di euro attivando investimenti per circa 170 miliardi, porta con sé un salto di qualità perché incorpora anche Simest. Questo significa che potremo seguire l’intero ciclo vita delle imprese, dalla fase di incubazione attraverso Cdp Venture Capital fino al successivo sviluppo e all’internazionalizzazione attraverso Simest che le accompagna nell’apertura di nuovi mercati.

Negli ultimi mesi siete intervenuti a fianco di alcune vostre partecipazioni strategiche, dalle nozze tra Saipem e Subsea7 all’acquisizione da parte di Italgas di 2i Rete Gas. Ci sono altre operazioni all’orizzonte?

Anche qui ci siamo dati una “disciplina delle regole” perché tutto quello che facciamo è preceduto da un’analisi dei market gap dell’Italia. E, quindi, per ogni operazione abbiamo un modello di assessment di sviluppo sostenibile che definisce qual è l’impatto generato dal nostro intervento. È un percorso che seguiamo anche per l’equity, dove il nostro obiettivo è arricchire l’ecosistema finanziario italiano con nuove asset class. Per esempio, nel venture capital siamo ancora molto indietro rispetto a Paesi come la Germania e la Francia. Anche nell’equity diretto, il nostro disegno è investire in aziende che hanno competenze tecnologiche forti in settori strategici e che hanno la possibilità di fare delle aggregazioni e di creare massa critica. Non abbiamo la pressione del private equity e, quindi, non abbiamo una data entro la quale uscire, siamo investitori pazienti. Lo facciamo non appena vediamo che l’impresa è diventata solida, ha fatto un consolidamento di mercato ed è capace di competere.

Sempre in tema di investimenti in equity, quali sono i settori in cui intravede un maggiore potenziale di aggregazione?

Oggi abbiamo individuato alcuni settori chiave per l’Italia che spaziano dall’agricoltura e food, dalla robotica all’energia passando per costruzioni & real estate, l’It & Tech. Sono tra i settori in cui riteniamo ci siano dei player con una possibile attività di consolidamento per i nostri investimenti diretti. L’abbiamo valutato sulla base di tre macroparametri: innovatività tecnologica dei settori, potenziale economico e di mercato della filiera italiana, della rilevanza sociale e industriale del settore. E tutto questo è possibile grazie a uno staff di qualità. In Cdp l’età media è di 41 anni con un recruitment che utilizza anche programmi di intelligenza artificiale. Continuiamo a credere che diversità, equità e inclusione siano valori fondanti: non a caso, oggi le donne in posizione manageriale dirigenziale sono al 33%, mentre quando sono arrivato l’asticella era al 21 per cento.

Il governo sta cercando una soluzione per l’ex Ilva. I sindacati invocano il soccorso pubblico. Interverrete?

Abbiamo erogato del credito in passato, seguiamo la vicenda, ma le nostre regole non ci consentono di investire in società in perdita o senza chiare prospettive di redditività.

Nonostante svariati tentativi, il progetto di una rete unica tra Open Fiber e Fiber Cop è al palo. Crede ancora nell’integrazione?

Prima di rispondere, mi lasci innanzitutto sottolineare che su Open Fiber stiamo riscontrando una performance operativa in miglioramento. Open Fiber è una rete nuova e ha un’architettura buona. Sappiamo ovviamente che c’è ancora molto da fare, ma insomma mi sembra che siamo sulla strada giusta. Quanto alla rete unica, continuo a pensare che sia un progetto valido perché vedo le duplicazioni esistenti e penso sia interesse di tutti superarle. Per cui bisogna attivare, in primo luogo, un discorso a livello di aziende per cercare di capire come superare queste duplicazioni e noi come azionisti siamo sempre pronti a sederci per ragionare sul dossier.

Si è parlato di un possibile coinvolgimento della Cassa nella partita che il governo sta portando avanti per ridurre il costo dell’energia con una cartolarizzazione degli oneri di sistema in bolletta. Avrete un ruolo?

A oggi non c’è nulla sul tavolo. Quello che noi, invece, facciamo è investire in un settore strategico e finanziare tutto quello che riguarda la resilienza del sistema elettrico, batterie e reti. Oltre a essere azionisti di Terna e Snam, siamo poi presenti nei settori dell’efficienza energetica, con Renovit insieme a Snam e, in quello delle rinnovabili attraverso GreenIT, la joint venture con Plenitude.

Il fondo Usa Tpg ha messo sul piatto un miliardo per la divisione Digital Banking Solutions di Nexi. Siete contrari alla cessione?

Essendo un asset relativo a Nexi, ogni decisione deve essere validata nel cda del gruppo di cui siamo azionisti. Indubbiamente ci sono asset interessanti dentro Nexi, ma vediamo che valutazioni darà il suo board.

Mattarella: Cdp e Poste sono agenti della Costituzione

La convenzione con Poste scadrà nel 2026 e avete già aperto il cantiere per il nuovo accordo. Cosa si aspetta dal rinnovo?

Intanto vorrei ricordare che la raccolta postale vale attualmente circa 320 miliardi di euro ed è una base stabile perché i buoni sono un prodotto molto apprezzato e noi continuiamo a valutare l’appetibilità di questo strumento facendo anche dei blind test. C’è, in questo momento, un grande apprezzamento per il Paese e lo abbiamo visto anche dal boom di richieste che ha accompagnato il nostro primo yankee bond: 20 miliardi di domanda per un’emissione da 1,5 miliardi. Ciò premesso, sono estremamente soddisfatto del rapporto con Poste perché lavoriamo molto bene insieme, abbiamo innovato i prodotti e finora la convenzione ha dimostrato di funzionare. È un approccio estremamente collaborativo: gli strumenti sono stati molto innovati e modernizzati e stiamo utilizzando al massimo il canale digitale per avvicinare anche i giovani.

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