M&A, Goldman Sachs vede un mercato da 3.800 miliardi nel 2026
A guidare l’attività di fusioni e acquisizioni saranno il settore dell’intelligenza artificiale e le dismissioni da parte dei private equity
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Il mercato globale delle fusioni e acquisizioni potrebbe raggiungere quota 3.800 miliardi di dollari nel 2026, sostenuto dall’attivismo nel settore dell’intelligenza artificiale e dall’accelerazione delle dismissioni di partecipazioni da parte dei fondi di private equity. La stima dell’ammontare complessivo è di Goldman Sachs Global Banking & Markets, che individua nel ciclo attuale ulteriori margini di espansione alla luce dell’andmaento positivo del primo trimestre dell’anno.
Il mercato, secondo Tim Ingrassia, co-responsabile globale M&A della banca d’affari, si trova attualmente nel quarto anno di un ciclo che storicamente si sviluppa su un orizzonte di sei-sette anni. Una fase che tende ancora a essere espansiva nonostante il contesto macroeconomico caratterizzato da elevata incertezza. D’altra parte in questa fase le operazioni straordinarie restano uno strumento centrale nelle strategie dei gruppi industriali e i ceo, osserva Ingrassia, continuano a ricorrere all’M&A per rafforzare il valore di lungo periodo delle imprese, anche in relazione alle trasformazioni industriali indotte dall’intelligenza artificiale.
I mega deal
Nel 2025 le operazioni di dimensione superiore ai 10 miliardi di dollari sono aumentate del 24% rispetto al precedente massimo del 2021, secondo idati Dealogic. Un andamento che, storicamente, anticipa una più ampia espansione del mercato, grazie alla capacità dei grandi operatori di muoversi con maggiore rapidità e di generare effetti a catena sull’attività complessiva.
Goldman Sachs evidenzia come, depurato da spin-off, round di finanziamento di società non quotate e operazioni SPAC, il “pure M&A volume” possa attestarsi sui livelli più elevati degli ultimi anni, con un progressivo rafforzamento del ciclo in corso.
A sostenere l’attività di M&A sono in particolare due fattori strutturali: da un lato la ricerca di crescita organica e inorganica in un contesto di trasformazione tecnologica accelerata; dall’altro la necessità, per il private equity, di monetizzare le partecipazioni detenute nei portafogli (che ormai stanno invecchiando più della media storica) e restituire capitale agli investitori. Le distribuzioni dei fondi buyout restano infatti su livelli storicamente bassi, aumentando così la pressione sulle dismissioni perché i riflessi della mancata restituzione di capitali agli investitori si stanno facendo sentire sul fronte del fundraising di nuovi fondi.




