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Fibra, effetto moltiplicatore: 4,4 euro di Pil per ogni euro investito

L’impatto su economia e occupazione fotografato da tre studi di Luiss, Deloitte e Politecnico di Torino. Da costruzione e utilizzo di reti Ftth nelle aree bianche contributo di 21,5 miliardi

di Andrea Biondi

(Adobe Stock)

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Non è solo una questione di cavi, di scavi o di dati che corrono più veloci sotto il manto stradale delle nostre città e, soprattutto, dei borghi più remoti. È qualcosa di più profondo, su cui si gioca inevitabilmente buona parte dello sviluppo futuro del Paese. I numeri sono inequivocabili e il dato più significativo è quello del moltiplicatore economico: per ogni euro investito nella banda ultralarga in fibra si generano 4,4 euro di Pil.

Se ne parlerà lunedì prossimo all’Università Luiss Guido Carli di Roma che per l’occasione diventerà il centro di gravità di una riflessione che non ammette più rinvii. Il titolo dell’evento, “Fiber Switch On: l’accesso al futuro è adesso”, suona come un ultimatum garbato ma fermo a un Paese che ha costruito l’autostrada, ma che fatica ancora a ingranare la marcia.

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Tre studi

Tre gli studi che saranno presentati. Il dato che suona come una sveglia (e insieme come una buona notizia) arriva dal report “Lo switch-on della fibra Ftth: impatti economici e occupazionali per l’Italia”, curato da Marco Vulpiani, senior partner, head of Deloitte Economics. Nelle aree bianche – i comuni a “fallimento di mercato”, dove il privato non investe senza una spinta data da incentivi pubblici – ogni euro speso in Ftth (la fibra fino a casa stesa in quelle aree da Open Fiber che ha vinto tre bandi pubblici) ha generato, come detto, finora 4,4 euro di Pil.

Il numero è la somma di due velocità: la costruzione dell’infrastruttura vale 1,1 euro di Pil per euro investito; l’utilizzo della rete ne aggiunge 3,3. Tradotto in grandezze: 21,5 miliardi di contributo complessivo al Pil nelle aree bianche, tra 5,3 miliardi legati alla costruzione e 16,2 alla fase di utilizzo.

L’impatto su occupazione e Fisco

La seconda dimensione è quella occupazionale: oltre 343mila posti di lavoro complessivi tra la fase di realizzazione e quella successiva di utilizzo con circa 90.300 addetti equivalenti generati direttamente dalla costruzione della rete e circa 252.700 legati all’effetto economico indotto nei territori. Un impatto che si distribuisce lungo tutta la filiera, con ricadute su costruzioni, manifattura e servizi professionali, ma anche sulle micro e piccole imprese delle aree interne, per le quali la connettività ultraveloce rappresenta un fattore di competitività crescente.

C’è poi un effetto meno visibile ma non meno rilevante: quello fiscale. La sola fase di costruzione nelle aree bianche ha prodotto un gettito stimato in oltre 2,5 miliardi di euro, di cui circa 1,1 miliardi legati all’Iva. Il settore delle costruzioni si conferma tra i principali beneficiari, con un contributo al Pil di circa 1,3 miliardi generato dalle attività connesse alla realizzazione dell’infrastruttura.

Il «paradosso italiano»

Eppure, qui si consuma il “paradosso italiano”, come sottolineato dallo studio “Fiber for human value” curato da Enzo Peruffo, Prorettore alla didattica Luiss e direttore del Centro di Ricerca in Strategic Change “Franco Fontana” e Davide Quaglione, full professor of Applied Economics University of Chieti-Pescara. Il nodo sta nel tasso di adozione (il cosiddetto take up) che resta inchiodato intorno al 25%. È per questo che la parola chiave della giornata Luiss non è “switch-off”, ma “switch-on”. Perché la fibra, se resta spenta, è un’autostrada con corsie vuote. E invece, spiega lo studio targato Luiss, è una «experience good». Chi la usa percepisce una produttività superiore (+0,47 nella scala di gradimento dei cittadini) e una qualità della vita che cambia radicalmente, abilitando telemedicina, smartworking, scuole finalmente connesse.

Sostenibilità

A chi chiede «perché tanta fretta?», risponde il Politecnico di Torino con lo studio “Lo switch-on della fibra Ftth: un motore di sostenibilità”, presentato da Michela Meo, professoressa di Telecomunicazioni al Politecnico di Torino. Spegnere il rame e passare a una rete full-fiber riduce dell’86% i consumi energetici delle reti di accesso: da circa 551 GWh l’anno a 77. E taglia circa 125 kiloton di CO2 ogni anno. Il fattore tempo non è neutrale: anticipare la transizione può valere, in dieci anni, oltre 4 TWh di risparmio energetico aggiuntivo, evitando che gli apparati legacy restino accesi e sottoutilizzati.

Insomma, il messaggio che emerge dagli studi Deloitte, Luiss e Politecnico di Torino è univoco: lo switch-on non è un’opzione, ma una necessità per la competitività del sistema-Paese. Le imprese che hanno già “acceso” la fibra mostrano performance superiori in termini di fatturato e innovazione e la Pubblica amministrazione, se connessa, diventa finalmente inclusiva ed efficiente. Tuttavia, per trasformare questa potenzialità in realtà, serve un cambio di passo culturale. Non basta posare i cavi fin sulla soglia di casa; bisogna “accendere” la consapevolezza in quel 54% di italiani che ancora manca di competenze digitali di base. Una politica industriale che incentivi lo spegnimento del rame, in linea con quanto previsto anche a livello europeo con il nuovo Digital Networks Act, rappresenterebbe in questo quadro la chiusura del cerchio.

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