Telecomunicazioni

L’Italia avanza con la Banda ultralarga ma il divario digitale resta elevato

Migliora l’infrastruttura di rete, ma ritardi nei piani pubblici e coperture a macchia di leopardo impediscono di allinearsi all’Europa

di Andrea Biondi

Illustrazione di Jacopo Rosati

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Quella che si avvia a chiudere il 2025 è un’Italia che avanza nella banda ultralarga fissa, seppur in un quadro che resta però fatto di luci e ombre. La fibra fino a casa cresce, il rame arretra e buona parte del Paese migliora le proprie connessioni. Ma dispersioni territoriali, ritardi nei piani pubblici di rollout della fibra e un mercato ancora sbilanciato impediscono di parlare di un vero salto di qualità. Quella che si avvia a chiudere il 2025 è un’Italia che avanza nella banda ultralarga fissa, seppur in un quadro però che resta fatto di luci e ombre. La fibra fino a casa cresce, il rame arretra e buona parte del Paese migliora le proprie connessioni. Ma dispersioni territoriali, ritardi nei piani pubblici di rollout della fibra e un mercato ancora sbilanciato impediscono di parlare di un vero salto di qualità.

Incrociando gli ultimi dati forniti in estate dalla Commissione europea, le elaborazioni del think tank I-Com e i risultati dell’ultimo Osservatorio Agcom con numeri aggiornati a giugno, quella che traspare è l’immagine di una rete che evolve, sì, ma con un passo che non cancella le criticità strutturali, né colma i vuoti di copertura nelle aree più fragili. E se l’Italia del “Decennio Digitale” – che come tutta la Ue guarda alla trasformazione digitale al 2030 – sembra ora andare più spedita che in passato sul versante infrastrutturale, anche se con inciampi come quello che ha portato al pacchetto di revisione dei programmi del Pnrr che comprende anche il taglio di copertura 700mila civici chiesti da Open Fiber per le “aree grigie” del Paese, c’è dall’altra parte un rallentamento che diventa ancora più evidente quando entrano in scena persone, imprese e competenze. Un esempio? La roadmap nazionale varata a giugno 2025 ha allineato quasi tutti i target a quelli europei, ha messo sul piatto 62,3 miliardi e 67 misure, eppure – dicono le proiezioni – solo 5 obiettivi su 11 saranno centrati prima del 2030. Per alcuni, come le competenze digitali di base, l’appuntamento slitta addirittura al 2481. Una data più da romanzo di fantascienza che da strategia industriale.

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Concentrandosi sul côté infrastrutturale, reti fisse ad alta capacità e velocità (che oggi coprono il 70,7% del Paese) raggiungeranno il 100% richiesto dalla Ue nel 2028, prevede il think tank I-Com nel suo ultimo rapporto presentato un mese fa. Se questa è la parte buona, quella meno buona è che il dato resta ora lontano dall’82,49% europeo sulle reti a capacità molto elevata. E, come detto, il dato non racconta bene il divario tra città e periferie: nelle zone a bassa densità abitativa la copertura Ftth non va oltre il 36,79%, una percentuale che evidenzia quanto la geografia, più che la tecnologia, continui a determinare le mappe del digitale. E chissà che, complice anche la revisione dei piani del Pnrr questo non porti ad un’apertura nei confronti del satellite come metodologia di supporto, di “backhauling”.

A ogni modo, i numeri sono in evoluzione. Soprattutto per l’adozione dei servizi. Secondo l’ultimo Osservatorio Agcom, con dati a giugno, dal 2021 al 2025 gli accessi fissi crescono di poco – da 20,11 a 20,54 milioni – mentre il rame crolla di quasi 3,7 milioni di linee. Le tecnologie ultrabroadband arrivano a circa 18 milioni di accessi e la fibra pura sale al 31,6% (6,50 milioni di accessi). E occorre considerare che nel 2021 le linee attive che navigavano tramite fibra ottica erano poco più di 2,1 milioni. L’Fttc (fibra con ultimo miglio in rame) con i suoi 8,79 milioni di accessi resta leader, ma il dato è in flessione del 7,9 per cento. Quanto al fixed wireless access (Fwa) – con l’ultimo miglio che in vece di fibra o rame usa le onde millimetriche – qui si concentra la crescita più sostenuta fra un anno e l’altro (+10,5%), anche se con un numero d’accessi molto lontano dalla fibra: 2,48 milioni di accessi. Si va quindi verso la scelta di tecnologie più performanti e “future proof”

Intanto il maggiore consumo di dati sta portando anche i consumatori a fare scelte in tal senso. Le linee sopra i 100 Mbit/s raggiungono l’80,8%, e quelle da 1 Gbit/s salgono al 31,2%. Aumenta anche il traffico medio giornaliero, arrivato a 10,07 gigabyte per linea broadband (+40% in quattro anni), segno di un uso più massiccio della rete. Ma dall’altra parte rappresenta una crescita non in grado di indicare un salto di qualità nei servizi utilizzati, né una piena integrazione del digitale nelle attività quotidiane.

Sul versante competitivo la mappa è in movimento. Stando ai dati dell’ultimo Osservatorio Agcom (con dati aggiornati a giugno) nel mercato fisso broadband e ultrabroadband Tim resta il primo operatore (33,3% degli accessi), seguito da Fastweb+Vodafone (29,9%) e Wind Tre (14,5%). Ma nella fibra pura Ftth il primato cambia mano: Fastweb+Vodafone sale al 30,4%, superando Tim (26,8%). Operatori che sanno di potersi concentrare maggiormente sui servizi con i piani di copertura appannaggio ora di Open Fiber – la controllata di Cdp (60%) e Maquarie (40%) – e Fibercop, società nata dalla separazione della rete Telecom con primo azionista Kkr Infrastructure (37,8%) e altri soci fra cui il Ministero dell’Economia e delle Finanze (16%) e F2i (11,2%).

È qui che le curve si separano. Nelle reti e nei servizi digitali pubblici l’Italia si muove da “first mover”: l’e-health e i servizi online per i cittadini, se i trend saranno confermati, dovrebbero centrare il punteggio-obiettivo già nel 2027, prima della scadenza europea. Ma quando si passa alle persone e alle imprese il quadro diventa un catalogo di ritardi strutturali: le Pmi con intensità digitale almeno di base arriveranno al target del 90% non prima del 2152, l’adozione del cloud al 74% al 2035, quella dell’intelligenza artificiale addirittura (60%) al 2108; gli specialisti Ict raddoppieranno solo verso il 2110, mentre le competenze digitali di base per l’80% della popolazione sono rinviate al 2481.

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