Mare del Nord

Petrolio, con il Brent che fa l’americano i prezzi diventano più volatili

Gli Usa conquistano anche il Brent: il riferimento, un tempo specchio dei prezzi del greggio nel Mare del Nord, accoglie nel paniere anche lo shale oil estratto oltre Oceano. E gli scossoni degli ultimi giorni sul mercato dipendono probabilmente anche da questa novità

di Sissi Bellomo

(AdobeStock)

4' di lettura

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Il petrolio Brent che allenta i legami storici con il Mare del Nord e diventa più “americano”, con l’ingresso dello shale oil nel paniere che ne determina il valore. È probabile che ci sia anche questa trasformazione – una vera e propria mutazione genetica – tra le cause del terremoto che all’inizio di maggio ha scosso i mercati petroliferi, provocando fasi di alta volatilità e improvvisi crolli delle quotazioni che faticano a trovare una giustificazione convincente.

Il caso più eclatante risale a giovedì 4, negli orari di contrattazione asiatici, quando in una manciata di secondi – e senza un’apparente motivo – il Wti ha perso oltre il 7% (con scarsa reazione da parte del Brent), salvo poi recuperare nelle ore successive. Ma per tutta la settimana si è assistito a ripetuti scivoloni e tentativi di recupero, che hanno alleggerito le quotazioni del barile di circa il 7%, lasciando il Wti intorno a 71 dollari e il Brent intorno a 75 dollari: un ottovolante che sembra difficile da spiegare soltanto con i rinnovati timori sulle banche Usa e con le ultime mosse delle banche centrali, che non hanno rappresentato una vera sorpresa.

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C’è d’altra parte una coincidenza che invita quanto meno a riflettere. Perché negli stessi giorni è iniziata una rivoluzione sui mercati petroliferi. Martedì 2 maggio il greggio Wti Midland – in pratica shale oil «made in Usa» – è stato ufficialmente accolto nel paniere del Brent Dated: un benchmark fondamentale, cui sono “agganciati” i prezzi di oltre due terzi degli scambi fisici di greggio che avvengono nel mondo (oltre che una parte delle forniture di gas liquefatto), e che in modo indiretto influenza non poco quanto accade sui mercati dei futures.

Il cambiamento deciso da Platts, divisione di S&P Global, era stato progettato da tempo e discusso a lungo con tutte le categorie interessate, non senza sollevare qualche critica: di certo non si è trattato quindi di un evento inatteso. Ma la sorpresa c’è stata comunque, nel constatare la rapidità con cui i barili «made in Usa» sono stati accolti nel sistema, prendendo il sopravvento su quelli estratti nel Mare del Nord.

In un paio di giorni, riferisce Bloomberg, ben sette carichi di Wti Midland da 700mila barili ciascuno sono stati scambiati attraverso la piattaforma che serve per definire quotidianamente il Brent Dated (tra gli operatori coinvolti ci sono Bp, TotalEnergies e Trafigura). Il boom di scambi ha avuto un indubbio effetto ribassista sui prezzi. Inoltre molto probabilmente ha indotto una serie di operatori a fare aggiustamenti nelle strategie di copertura dai rischi o nei portafogli di investimento: interventi che in qualche caso potrebbero essere stati pesanti, tanto da provocare scossoni anche sui mercati dei derivati.

Diversi esperti avevano anticipato che il greggio americano avrebbe finito per “dominare” il Brent Dated. La metodologia con cui il benchmark viene elaborato (per quanto aggiornata in modo da tenere conto delle novità) stabilisce infatti che a “fare prezzo” sia il greggio del paniere che viene venduto al prezzo più basso. E i barili «made in Usa» molto spesso sono i più economici, oltre che i più disponibili. La produzione europea invece è sempre più scarsa.

È stato proprio il forte declino dei giacimenti nel Mare del Nord a spingere ad ampliare il paniere del Brent Dated, per la prima volta scegliendo un greggio proveniente da un’altra area geografica, benché di qualità simile.

Altri interventi in precedenza avevano portato ad includere, accanto al Brent, altri quattro greggi: i britannici Forties, Oseberg ed Ekofisk, più il norvegese Troll. Ma in tutto ormai si fatica ad arrivare a 700mila barili al giorno, destinati a ridursi ulteriormente.

Un altro greggio norvegese di cui si era valutata l’inclusione nel paniere (Johan Sverdrup) è stato giudicato poco omogeneo, perché più solforoso. La scelta è dunque caduta sul Wti Midland.

Dagli Usa – che esportano greggio solo dal 2015 – arrivano d’altra parte fiumi di petrolio, che in quantità crescenti si riversano proprio in Europa da quando la guerra in Ucraina ha indotto all’embargo contro i barili russi.

Oggi Washington è arrivata ad esportare oltre 4,5 milioni di barili al giorno nel mondo, livelli senza precedenti. E in Europa ha soppiantato Mosca, diventando il primo fornitore di greggio con una media (anch’essa da record) di 1,92 mbg a marzo, in aumento di 700mila bg rispetto a febbraio 2022, quando la Russia ha attaccato l’Ucraina.

Con il Wti Midland nel paniere si rende il Brent Dated molto più liquido: da circa 600mila barili al giorno teoricamente consegnabili si passa ad almeno 1,6 milioni, prevede S&P Global Commodity Insights. Le implicazioni sono numerose, non ultimo il fatto che si rafforza ulteriormente l’egemonia statunitense sul nostro mercato energetico (e di conseguenza l’influenza politica ed economica). Ma potrebbero esserci anche altre conseguenze, di carattere più “tecnico” e ancora non del tutto prevedibili.

Alcuni analisti hanno citato ad esempio una possibile maggiore volatilità delle quotazioni petrolifere, legata al fatto che i flussi di esportazione Usa-Europa non sono costanti. C’è inoltre un potenziale impatto sui differenziali di prezzo tra le diverse varietà di greggio e forse non a caso di recente si è un po’ ridotto il premio del Brent sul Wti (cosa che peraltro a tendere potrebbe scoraggiare l’arrivo di barili dagli Usa).

Quanto all’effetto ribassista sui prezzi, ci sono stime offerte da Argus, che ha raccolto dati di confronto anche sul passato: l’agenzia sostiene che includere il Wti da febbraio 2019 avrebbe fatto scendere in media di 67 cents al barile il valore del suo riferimento (l’Argus New North Sea Dated, simile al Brent Dated di Platts) e che sarebbe stato il Wti a dettare il prezzo nel 49% dei giorni. Lo “sconto” massimo sarebbe stato di 5,42 $/barile, nella giornata del 30 marzo 2020.

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