Energia e geopolitica

Petrolio: il doppio tallone d’Achille degli Usa, che li rende inermi di fronte all’Opec+

Lo shale oil non cresce più come un tempo. E anche la vendita di riserve strategiche è ormai un’arma spuntata. Gli Usa stavolta non riusciranno a contrastare i tagli di produzione. E i sauditi ne sono ben consapevoli

di Sissi Bellomo

(Photocreo Bednarek - stock.adobe.com)

5' di lettura

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La Casa Bianca fa buon viso a cattivo gioco dopo il taglio a sorpresa della produzione di petrolio dell’Opec+. «Non farà male come pensate», ha affermato il presidente Joe Biden, liquidando così i giornalisti mentre si imbarcava sull’Air Force One. Un commento laconico e pacato, in linea con le dichiarazioni rilasciate a caldo da altri funzionari dell’amministrazione Usa, come John Kirby, portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale, che si era preoccupato di sottolineare che l’Arabia Saudita rimane «un partner strategico» anche dopo la scelta «non consigliabile in questo momento» di chiudere ulteriormente i rubinetti del greggio.

Le quotazioni del barile ieri hanno accusato un lieve ribasso, ma il Brent rimane comunque vicino a 85 dollari e il Wti vicino a 80 dollari in seguito alla stretta annunciata domenica a sorpresa da Riad, cui si sono accodati la Russia e altri sei Paesi dell’Opec+. Il mercato si vedrà sottrarre fino a 1,6 milioni di barili al giorno, in aggiunta al taglio da 2 mbg che l’intera coalizione aveva approvato a ottobre.

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All’epoca Biden – in campagna elettorale per il voto di midterm mentre il caro carburanti innervosiva gli americani – aveva reagito in tutt’altro modo, minacciando non meglio precisate «conseguenze». A bruciare era anche l’umiliazione pubblica di aver implorato fino all’ultimo i sauditi di evitare tagli, senza ottenere alcun risultato. Oggi probabilmente è subentrato un approccio realista.

Da un lato gli Usa stanno forse cercando di evitare di inimicarsi troppo Riad, che ha dimostrato in molti modi – non solo con le politiche petrolifere – di volersi (e potersi) sganciare almeno in parte dall’alleato americano, restando in buoni rapporti con la Russia e intrecciando relazioni sempre più strette, sia economiche che politiche, con la Cina, che ha mediato il capolavoro diplomatico del riavvicinamento tra Arabia Saudita e Iran.

Ma è probabile che la pacatezza di Biden dopo gli ultimi tagli Opec+ sia anche una forma di rassegnazione, che deriva dalla consapevolezza che gli Usa stavolta non hanno modo di contrastarli. Perché la produzione di shale oil, per quanto abbondante, non cresce più come faceva un tempo. E perché il ricorso alle riserve strategiche di petrolio è ormai diventato un’arma spuntata, dopo le vendite record effettuate proprio dall’amministrazione Biden. 

È un doppio tallone d’Achille ormai impossibile da nascondere e ben evidente agli occhi di chiunque operi nel settore dell’Oil & Gas, e dunque ovviamente anche i sauditi e l’intera coalizione Opec+, che oggi sa di aver mano libera.

Gli Stati Uniti sono una potenza energetica, primi al mondo nella produzione di petrolio e gas, con esportazioni che corrono ovunque come non avevano mai fatto conquistando nuove quote di mercato. Ma l’Opec+ chiudendo i rubinetti non teme più di scatenare un boom di trivellazioni. E ora non si preoccupa neanche più di un possibile rilascio di barili dalla Stretegic Petroleum Reserve (Spr).

Solo nel 2022 gli Usa hanno ceduto ben 180 milioni di barili dalle riserve, con il duplice scopo di raccogliere denaro per le casse federali e di compensare i tagli Opec+, e ora la riserva è ai minimi da oltre 40 anni. Svuotarla ulteriormente l’Spr sarebbe rischioso per la sicurezza energetica.

Bisognerebbe anzi tornare a riempirla e la Casa Bianca aveva indicato che sarebbe stato fatto quando il Wti fosse tornato a scambiare tra 67 e 72 dollari al barile. A marzo il prezzo è finito proprio a quei livelli ma non è successo nulla. La segretaria all’Energia, Jennifer Granholm, ha poi spazzato via ogni residua aspettativa di acquisti significativi nel breve (che avrebbero potuto sostenere le quotazioni del petrolio).

Alcuni analisti pensano anzi che Riad possa aver deciso ulteriori tagli di produzione proprio in seguito alla parole di Granholm che il 23 marzo in un’audizione al Congresso ha affermato che «quest'anno sarà difficile avvantaggiarsi dei prezzi bassi» per comprare petrolio da immettere nelle riserve e che comunque per ricostituire un livello adeguato dell’Spr «ci vorranno anni».

A ostacolare l’avvio di una campagna di acquisti, ha spiegato Granholm, ci sono anche le manutenzioni in corso in due dei quattro depositi dell’Spr: quello di Bryan Mound in Texas e quello di Bayou Choctaw in Louisiana, che proseguiranno almeno fino all’autunno.

Quanto allo shale oil, «l’era della crescita aggressiva è finita» , come ha dichiarato di recente Scott Sheffield, ceo di Pioneer Natural Resources, uno dei maggiori operatori del settore. «Abbiamo prodotto troppo e ci siamo messi in competizione con l’Opec, abbassando i prezzi del greggio di 20-30 dollari al barile negli ultimi dieci anni, ma questo ha comportato la perdita della nostra base di investitori». Ora sono tornati, perché i frackers non bruciano più cassa per aumentare ad ogni costo la produzione, ma la redistribuiscono generosamente. E la Borsa li ha premiati. con altrettanta generosità.

Il presidente Biden ha spronato più volte le compagnie Usa ad accelerare le estrazioni, arrivando ad accusarle di approfittare della guerra in Ucraina per arricchirsi e distribuire dividendi anziché produrre più petrolio e carburanti. Ma anche questi appelli – come quelli rivolti ai sauditi – sono sempre caduti nel vuoto. I frackers a volte non vogliono e molto spesso non riescono a fare di più.

Le conseguenze si vedono. Tra il 2012 e il 2020 la produzione di petrolio «made in Usa» è cresciuta così tanto che è come se sul mercato fossero arrivati un nuovo Iran e un nuovo Iraq sommati. Lo shale era arrivato a crescer al ritmo del 15% l’anno tra il 2011 e il 2014 ed è cresciuto ancora negli anni successivi, arrivando a un massimo di 13 milioni di barili al giorno nel 2019, poco prima del Covid. Ma in seguito è cambiato tutto. E il rialzo dei tassi di interesse rende ancora più caute le compagnie dello shale, fortemente indebitate.

La produzione di petrolio Usa non è ancora tornata ai livelli record. Nel 2022 si è attestata a 11,9 mbg secondo l’Eia, contro i 12,3 mbg estratti in media nel 2019. Quest’anno la previsione è che si arrivi a 12,4 mbg, se tutto va bene.

L’ultimo sondaggio trimestrale della Federal Reserve di Dallas tra le compagnie petrolifere texane – molte delle quali operano nello shale oil – mostra costi produttivi in rialzo per il nono trimestre consecutivo tra gennaio e marzo, difficoltà a reperire materiali e manodopera e un rallentamento dell’attività astrattiva che sta frenando anziché accelerare produzione.

Dopo la crisi da pandemia c’è stata una ripresa degli investimenti. Ma l’anno scorso - nonostante i prezzi del petrolio elevati e un aumento del 30% del capex– la produzione di petrolio da shale negli Usa è cresciuta di appena il 4%, stima Wood Mackenzie. Gli esborsi in realtà sono aumentati soprattutto a causa del rincari ( delle materie prime e del personale (di circa il 20% secondo la società di ricerca).

Inoltre hanno pesato molto le spese di manutenzione, che si rendono sempre più spesso necessarie per contrastare il declino di produttività dei pozzi. Le aree più ricche di idrocarburi e più facili da sfruttare si stanno infatti esaurendo. «Molte compagnie del settore oggi si trovano in una situazione non riescono più a crescere», osserva Doug Leggate, analista di Bank of America.

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