La Bank of Japan spiazza i mercati: ecco perché sono caduti e poi risaliti
Dopo che la settimana scorsa ben nove banche centrali avevano alzato i tassi d’interesse, ieri è arrivata una sorpresa (non gradita) dal Giappone
di Morya Longo
3' di lettura
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«Non è assolutamente l’abbandono della politica monetaria accomodante». Il presidente della Bank of Japan, Haruhiko Kuroda, ha provato a calmare le acque. A rassicurare i mercati. A giustificare l’allargamento della banda di oscillazione dei rendimenti dei titoli di Stato decennali come una mossa tecnica. Senza significato. Ma il mercato non ci ha creduto. Perché da tempo era convinto che la Banca centrale giapponese avrebbe prima o poi fatto una mossa del genere per dare una scossa allo yen. Così gli investitori questa mattina hanno inteso la mossa della Bank of Japan proprio in questo modo: come un primo passo verso la normalizzazione dei tassi d’interesse anche nel Paese del Sol levante.
Per questo hanno reagito male: perché non hanno creduto alla banale «mossa tecnica». Le Borse hanno quindi frenato: quella giapponese ha chiuso in calo del 2,46% e quelle europee in mattinata perdevano oltre l’1%. Nel pomeriggio, trainate dalle banche, quelle europee hanno poi quasi azzerato i cali: alla fine Milano ha chiuso a +0,15%, Francoforte a -0,51% e Parigi a -0,43%. I rendimenti dei titoli di Stato sono tutti schizzati verso l’alto: quelli giapponesi sono saliti dallo 0,25% allo 0,42% sulla scadenza decennale, quelli italiani da 4,37% a 4,47%, quelli tedeschi da 2,20% a 2,30% e quelli americani da 3,58% a 3,68%. Ma il protagonista della giornata è stato lo yen, risalito del 3% fino a toccare i massimi da 4 mesi sul dollaro.
La doccia fredda giapponese
Per capire le reazioni dei mercati bisogna dunque partire dal Giappone. Il Paese asiatico era rimasto l’unico ad avere ancora una politica monetaria ultra-accomodante, in una versione ancora più fantasiosa di quelle che le banche centrali occidentali abbiano mai avuto. La Bank of Japan controlla infatti i rendimenti dei titoli di Stato decennali, facendo in modo che restino entro una banda compresa tra -0,25% e +0,25%. Ebbene: ieri la banda è stata allargata, e la soglia massima è stata portata a +0,50%. Il governatore Kuroda ha rassicurato tutti, dicendo che i motivi sono tecnici e che non si tratta di un primo aumento dei tassi. Tra l’altro la Bank of Japan, per evitare che il rendimento dei titoli salisse subito a 0,50%, ha comprato a piene mani ieri.
Ma il mercato non ci ha creduto. «È evidente che la Bank of Japan stia cercando di uscire dall’angolo in cui si era infilata - osserva Giuseppe Sersale, portfolio manager di Anthilia -. Hanno approfittato di un momento calmo come quello pre-natalizio per fare un primo passo, il più cauto possibile, per uscire con gradualità dalla politica ultra accomodante». In effetti la caduta dello yen era ormai insostenibile secondo molti e l’inflazione (arrivata al 3,6%) non è più così bassa da giustificare politiche così espansive. Così i mercati hanno reagito immediatamente.
Il risveglio dei falchi
Dal Giappone l’onda d’urto si è allargata sui mercati di tutto il mondo. E non poteva essere altrimenti. Nell’ultima settimana ben nove banche centrali in giro per il mondo hanno alzato i tassi d’interesse. Per l’ennesima volta. Tra queste la Federal Reserve Usa (+50 punti base), la Bce (+50), la Banca norvegese (+25), quella svizzera (+50) e quella inglese (+50). Non solo: sia la Fed sia (soprattutto) la Bce hanno indicato ulteriori rialzi dei tassi nel 2023. Più di quanto il mercato non si aspettasse. In questo contesto, restava un’unica banca centrale nel mondo ancora ultra-espansiva: la Bank of Japan. Fino a ieri. Per questo la sua mossa ha impressionato i mercati, che temono di perdere l’ultima banca centrale rimasta nel mondo pre-inflattivo. Ora invece tassi più alti aggravano la recessione in arrivo, rendono ancora più fantasiose le stime attuali sugli utili delle aziende e pesano sui mercati.



