Dal Giappone alla valanga tech: così cambiano i cicli di Borsa
Ogni decennio cambia la classifica delle maggiori società al mondo: giapponesi negli anni ’90, americane nel 2020. Chi sarà big nel 2030?
di Morya Longo
4' di lettura
I punti chiave
4' di lettura
«Tutta la roba migliore è fatta in Giappone». La frase, pronunciata dal protagonista di «Ritorno al futuro» Marty McFly quando si trova negli anni ’50, descrive in maniera impeccabile il modo di pensare di fine anni ’80 e della prima metà degli anni ’90: Made in Japan è sinonimo di qualità. Non stupisce dunque che, nel 1990, tra le 10 maggiori società per valore di Borsa al mondo ben sette fossero giapponesi. La più grande era a quei tempi la telefonica Nippon Telegraph & Telephone, che valeva sul listino l’equivalente di 117 miliardi di dollari. Poi c’erano tre banche giapponesi. E la prima società statunitense nella classifica dei big di Borsa, al quarto posto, era una petrolifera: ExxonMobil. Chi oggi guarda la crisi borsistica delle big tech statunitensi con un mix di stupore e di incredulità, dovrebbe forse ripassare la storia della Borsa. Fare un viaggio nel tempo, come Marty McFly. Perché la storia insegna che anche in Borsa, come nella vita quotidiana, le cose cambiano. Più in fretta di quanto non si possa immaginare.
Intuire i trend economici è fondamentale per chi voglia investire con un’ottica che almeno provi ad essere di medio-lungo termine. E la storia, in questo senso, un insegnamento lo offre: se si guarda il mondo con gli occhi del presente, difficilmente si vince una scommessa che miri ad avere un arco temporale anche solo decennale. Almeno, così è stato negli ultimi decenni: scattando una fotografia all’inizio di ogni decennio sulle società più grandi al mondo per valore di Borsa, si trovano infatti ogni volta soggetti diversi. Questo non significa che le società oggi ai vertici della classifica siano destinate per forza a ridimensionarsi, bene inteso. Significa piuttosto che qualunque posizione raggiunta va poi mantenuta. Che nulla è scontato. Ogni giorno è una conquista. E chi investe deve cercare di capire chi davvero sia destinato a vincere.
La ruota della fortuna
Se negli anni ’90 i big delle Borse mondiali erano quasi tutti giapponesi, dieci anni più tardi il mondo era infatti già cambiato. La crisi delle Tigri asiatiche aveva rimescolato i listini, così - nel 2000 - tra le dieci maggiori società del mondo in Borsa solo due erano rimaste giapponesi: Ntt Docomo (terza posizione) e Nippon Telegraph & Telephone (scesa dalla prima alla settima posizione). Iniziavano in compenso ad emergere le grandi corporation tecnologiche americane come Microsoft (prima posizione) e Intel (sesta): quell’anno tra le 10 maggiori aziende per capitalizzazione di Borsa al mondo, ben sette erano statunitensi. Esattamente come 10 anni prima sette erano state giapponesi. Una “traslazione” geografica che segna il destino?
No. O meglio, non ancora. Perché nel 2001 scoppia la bolla dot.com e sui mercati va in onda un nuovo stravolgimento. Così 10 anni più tardi, nel 2010, la classifica dei big di Borsa è di nuovo cambiata: restano solo tre società statunitensi (ExxonMobil al primo posto, Apple al terzo e Microsoft al quinto) e compaiono - per la prima volta - ben tre società di una potenza economica che farà molto parlare di sè: la Cina. Tra le big di Borsa del 2010 ci sono anche altri Paesi, come l’Australia, il Brasile (con Petrobras), l’Olanda e la Svizzera. Ma tutto cambia ancora nel 2021, quando la classifica diventa praticamente monocolore: le prime otto posizioni sono occupate da società statunitensi, in gran parte le big tech. Svetta Apple, seguita da Microsoft, Alphabet, Amazon, Tesla, Meta e Nvidia. Era l’anno del Covid e del post-Covid. Era l’anno dell’uso forsennato della tecnologia, dello shopping online e dei bonus statali sparati nel trading online (fenomeno molto popolare negli Usa dove il peso dei retail in Borsa è determinante).
Il prossimo decennio
La domanda, a questo punto, è: chi svetterà nella classifica delle maggiori società del mondo nel 2030? Se la storia dovesse essere rispettata, potrebbero esserci delle sorprese. Oggi se si parla con i gestori dei grandi fondi, si sentono parole come «Esg», «sostenibilità» o «green» che un tempo non erano nel vocabolario di Borsa. «Si prospetta un contesto macroeconomico molto diverso da quello degli ultimi decenni e dobbiamo iniziare a prefigurarci di investire in un mondo differente da quello che abbiamo sperimentato nelle ultime due o tre decadi», osserva Giordano Lombardo, Ceo di Plenisfer Investments Sgr.


