Titoli di Stato

Il BTp raggiunge di nuovo il 4%. Ecco perché stavolta potrebbe restarci

Le attese per una politica monetaria Bce sempre più aggressiva sul costo del denaro si unisce ai timori per la recessione. E la curva dei tassi europei si appiattisce.

di Maximilian Cellino

I BTp sono di nuovo in zona 4%. Ma stavolta potrebbero restarci. Ecco perché

2' di lettura

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«Non è da escludere che la Bce possa aumentare i tassi anche dell’1% la prossima settimana». L’ipotesi azzardata dagli analisti di Capital Economics aiuta a spiegare perché i rendimenti dei BTp abbiano proseguito la marcia al rialzo, raggiungendo il 4% sulla scadenza decennale prima di attestarsi poco sotto. E che lo abbiano fatto in compagnia degli altri titoli di Stato europei, tutti di nuovo molto vicini ai massimi toccati a metà giugno: a partire da quel Bund tedesco che ormai viaggia all’1,57 per cento.

Una strada ormai ben tracciata

Poco importa che nelle righe successive del commento gli stessi esperti di mercato ammettano che alla fine l’Eurotower si limiterà a una stretta di «soli» 75 punti base perché una mossa così forte «sarebbe eccessiva da sopportare per molti politici». L’impressione generale è infatti che la strada per il futuro sia tracciata: aumenti più marcati delle attese a ottobre e dicembre, e forse pure nel 2023 anche se l’Eurozona dovesse finire in recessione. Con queste prospettive per i titoli di casa nostra sembra stavolta più complicato tornare indietro, anche senza scomodare lo spread i cui valori saranno inevitabilmente sempre più sotto tensione con l’avvicinarsi delle elezioni.

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Curve pericolose

Con l’inflazione alle stelle che mette le ali ai «falchi» delle Banche centrali da una parte e le prospettive di una frenata dell’economia dall’altra, il risultato sul mercato obbligazionario è quel fenomeno che passa in gergo tecnico come «appiattimento della curva». Sul breve termine, quello più influenzato dalle decisioni di Francoforte, i rendimenti sovrani tendono a salire in misura maggiore (per i Bund non si vedeva un aumento così rapido da addirittura 43 anni) rispetto a quanto avviene per le scadenze medio-lunghe.

Da inizio luglio, fanno notare gli analisti di UniCredit, la curva dei titoli di Stato europei si è sostanzialmente appiattita e il differenziale di rendimento fra i titoli a 2 e a 10 anni è sceso di 65 punti base raggiungendo a quota 16 il livello più basso da luglio 2020. Rispetto all’estate di due anni fa la situazione si presenta però radicalmente differente: allora il fenomeno era collegato alla politica monetaria ultra-espansiva attuata dalla Bce per contrastare l’emergenza Covid, che a sua volta spingeva gli investitori alla disperata ricerca di rendimenti sulle scadenze più lunghe.

LA CURVA DEI RENDIMENTI

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Uno sguardo al futuro

Oggi invece il movimento è appunto conseguenza delle aspettative sui tassi Bce nel breve periodo e delle preoccupazioni per le prospettive di crescita a medio-lungo termine. Ma soprattutto sembra destinato a proseguire: con la prospettiva di un’inflazione a due cifre in Europa già a settembre «è probabile che il tono della Bce rimanga molto aggressivo, favorendo un ulteriore appiattimento della curva fra 2 e 10 anni», sottolinea UniCredit, avvertendo che «la probabilità di inversione in questo segmento non è trascurabile». L’impressione, insomma, è che non sia proprio finita qui.

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  • Maximilian Cellino

    Maximilian CellinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese, tedesco

    Argomenti: Mercati finanziari, politiche monetarie, risparmio gestito, investimenti, fonti alternative di finanziamento, regolamento del sistema finanziario

    Premi: Premio State Street 2017 per il giornalista dell'anno - Categoria Innovazione

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