USA

I dazi si abbattono su Nike: 1 miliardo di costi e rincari per i consumatori

L’azienda ha annunciato gli extra-costi dovuti alle tariffe imposte da Trump, ma anche di voler ridurre la sua dipendenza dalla Cina

di Biagio Simonetta

2' di lettura

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Quando, poco dopo il ritorno alla Casa Bianca, Donald Trump aveva annunciato i primi dazi, una delle prime società a essere colpite fu Nike. Troppo grande l’esposizione del colosso dell’abbigliamento sportivo verso la Cina, per non generare effetti.

Nike, del resto, è un po’ l’azienda simbolo della globalizzazione industriale americana. Delle calzature a bassissimo costo prodotte in Asia e vendute a 200 dollari negli store di Los Angeles.

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Oggi i dazi di Trump, per Nike, hanno un costo ufficiale. Ma anche una via d’uscita.

Da una parte l’azienda si prepara ad affrontare un aumento dei costi stimato in circa 1 miliardo di dollari a causa della guerra commerciale scatenata da Trump. Dall’altra ha annunciato che intende ridurre la propria dipendenza produttiva dalla Cina e spostare parte delle sue attività in altri Paesi (notizia che, unita a un nuovo target price, ha fatto balzare il titolo del 15% durante le contrattazioni).

La mossa arriva in un momento particolarmente delicato per l’azienda, I numeri, infatti, raccontano che il valore di Nike è calato di circa un terzo nell’ultimo anno (proprio a causa delle preoccupazioni per i dazi). E i ricavi del quarto trimestre, chiuso a maggio, sono scesi del 12%, attestandosi a 11,1 miliardi di dollari. Si tratta della peggior performance trimestrale degli ultimi tre anni, con gli analisti che hanno parlato addirittura di «peggior trimestre almeno da due decenni».

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Matthew Friend, direttore finanziario di Nike, ha definito i dazi «una nuova e significativa pressione sui costi». Secondo le stime del gruppo, le nuove tariffe imposte dagli Stati Uniti comportano un incremento di costi lordi per circa 1 miliardo di dollari. «Abbiamo intenzione di mitigare completamente l’impatto di questi venti contrari nel tempo», ha detto Friend.

La situazione è piuttosto chiara, del resto. E basta guardare gli ultimi dati disponibili per capire: quasi il 60% dell’abbigliamento a marchio Nike è stato prodotto in Vietnam, Cina e Cambogia. Percentuale che sale addirittura al 95% quando si tratta di calzature, con Nike dipendente dagli stabilimenti in Vietnam, Indonesia e Cina.

Nonostante l’imposizione di dazi fino al 60% su alcune categorie di importazioni, che interessano circa il 16% delle scarpe vendute negli Stati Uniti, l’azienda ha confermato che manterrà la propria capacità produttiva in questi mercati chiave, lavorando per diversificare la filiera e ridurre l’esposizione alle tariffe.

E allora per mitigare gli effetti di questo nuovo scenario, l’azienda con sede a Beaverton, nell’Oregon, introdurrà da questo autunno un «aumento dei prezzi chirurgico» sul mercato statunitense. Parallelamente, sono previste misure di contenimento dei costi, tra cui tagli alle spese generali e riorganizzazioni interne.

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