La sfida all’inflazione

Fed, ecco perché la «barra a dritta» di Powell non piace ai mercati

Le parole del presidente Powell a Jackson Hole non nascondono particolari novità, ma servono a smorzare le speranze di un ammorbidimento sui tassi della Banca centrale Usa

di Maximilian Cellino

Fed, Powell: periodo di crescita moderata per ridurre inflazione

2' di lettura

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Borse in picchiata, rendimenti obbligazionari in aumento, euro di nuovo sotto la parità sul dollaro. Basta mettere in fila queste tre reazioni sui listini finanziari per capire come il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, abbia sostanzialmente «deluso» gli investitori nel discorso a lungo atteso che ha tenuto venerdì al simposio di Jackson Hole. Il bollettino dei mercati parla appunto di una brusca ritirata di Wall Street che ha costretto l’Europa a una chiusura pesante (-2,5% per il FTSE MIB di Piazza Affari) e di un tasso sopra la soglia del 3% per i titoli di Stato decennali Usa.

Powell (Fed): "Bene dato inflazione luglio, ma non cambierà nostra politica"

Non che nelle parole del leader della più importante Banca centrale al mondo contenessero in effetti particolari elementi di sorpresa: si è semplicemente deciso di «tenere la barra a dritta» sulla politica monetaria. «La decisione di Powell di ribadire l’importanza centrale della lotta all’inflazione rispetto alla crescita evidenzia la volontà di mantenere la traiettoria al rialzo dei tassi di fronte a una probabile recessione economica», sostiene Joshua Mahony, senior market analyst di Ig, osservando come il discorso del presidente della Fed «sia servito a sottolineare il fatto che siamo ancora lontani dalla posizione in cui i tassi di inflazione possono essere nuovamente sotto controllo».

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L’illusione momentanea

Sui listini si era in precedenza diffuso un cauto ottimismo, subito dopo il dato sul deflatore del Pil Usa (la misura più seguita dalla Fed per valutare l’inflazione) che per il mese di luglio aveva evidenziato una crescita inferiore alle attese (6,3% annuale anziché 6,8%, con l’indicatore «core» al 4,6%). È stato proprio in quel frangente che l’euro si è riaffacciato dopo qualche giorno sopra la parità sul dollaro (mentre New York apriva al rialzo) per poi tornare indietro poco dopo, quando le speranze di un rallentamento di Washington nella marcia verso la normalizzazione dei tassi si sono dimostrate illusorie.

Banchieri centrali divisi

Su questo particolare tema Powell non si è in realtà sbilanciato, ribadendo che l’entità del rialzo nel prossimo incontro del Fomc (il braccio esecutivo della Fed) in programma il 20-21 settembre dipenderanno dai dati macroeconomici che verranno pubblicati. Commentando le indicazioni in arrivo dal deflatore, il presidente della Federal Reserve di Atlanta, Raphael Bostic, aveva peraltro affermato poco prima di propendere per «un rialzo dei tassi d’interesse di 50 punti base» anziché i 75 che il mercato teme, dimostrando in questo modo come le visioni fra i vari componenti della Banca centrale Usa siano in fondo differenti.

I dati da tenere d’occhio

A questo punto diventano cruciali gli appuntamenti con i dati sul mondo del lavoro di agosto che saranno diffusi il 2 settembre, e con l’andamento dei prezzi al consumo sempre di questo mese atteso il 13 settembre. Nel frattempo c’è da scommettere che la tensione fra gli operatori (e la volatilità dei mercati) resterà elevata.

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  • Maximilian Cellino

    Maximilian CellinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese, tedesco

    Argomenti: Mercati finanziari, politiche monetarie, risparmio gestito, investimenti, fonti alternative di finanziamento, regolamento del sistema finanziario

    Premi: Premio State Street 2017 per il giornalista dell'anno - Categoria Innovazione

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