L’intervista

Cleveland (Payden & Rygel): «La recessione potrebbe essere più dura del previsto»

Gli operatori hanno interpretato in modo troppo rassicurante le parole del numero uno della Fed, Powell: la Banca centrale Usa continuerà ad aumentare i tassi anche in caso di recessione. E i mercati rischiano

di Maximilian Cellino

Nuova stretta Fed contro l'inflazione: "Andremo avanti"

3' di lettura

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«Non combattiamo la Federal Reserve». Jeffrey Cleveland, capoeconomista di Payden & Rygel si affida a una sorta di mantra da sempre ripetuto dagli operatori, ma che i mercati parevano però aver dimenticato qualche settimana fa quando la direzione imboccata era quella di un rialzo, su tutti i fronti, che pareva sfidare i fondamentali mecroeconomici. Il suo avvertimento arriva proprio alla vigilia di un appuntamento, il simposio di Jackson Hole, che segnerà l’ideale «ritorno dalle vacanze» per i banchieri centrali e servirà soprattutto per sgombrare il campo da certi dubbi in vista delle riunioni chiave in programma a settembre.

«Da metà giugno – ricorda Cleveland a Il Sole 24 Ore – gli investitori sembravano combattere contro le Banche centrali dato che stranamente, nonostante l’inflazione allarmante e i funzionari della Fed decisi a domare i prezzi, i rendimenti obbligazionari, gli spread creditizi e i titoli azionari erano tutti saliti». L’idea di fondo è che le parole con cui, giusto un mese fa Jerome Powell aveva accompagnato il rialzo dei tassi Usa di 75 punti base fossero state «interpretate in modo troppo rassicurante».

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Perché?

Era passata l’idea che non ci fossero più molte strette in arrivo, ma il presidente della Fed aveva in realtà detto che se le indicazioni mensili sull’inflazione fossero rimaste elevate, fastidiosamente alte come temevamo potesse accadere, allora si sarebbe continuato ad aumentare i tassi anche in caso di recessione. I mercati pensavano invece che con l’arrivo di segnali di frenata dell’economia tutto sarebbe stato più facile. Credo che questo sia stato l’equivoco.

Washington non si fermerà quindi di fronte a dati vanno verso una recessione Usa?

No, perché le indicazioni sono state piuttosto chiare: pur di ridurre i prezzi le Banche centrali sono pronte ad accettare una crescita più lenta e un aumento della disoccupazione. Quindi, finché i dati certificheranno questo la Fed non reagirà, ma dirà che “fa parte del processo” di contenimento dell’inflazione. I dati sul Pil non cambieranno per ora la traiettoria dei tassi. Anzi, pensiamo che i politici accetterebbero volentieri un aumento di due punti percentuali del tasso di disoccupazione se i prezzi si stabilizzassero rapidamente. Del resto, dopo quasi quattro decenni in cui le banche centrali hanno dato priorità alla crescita rispetto all’inflazione, il concetto di sacrificare la ripresa per ridurre i prezzi è difficile da capire.

Ma è giusto che la Fed stia di fatto creando una recessione per frenare l’inflazione?

Se i prezzi sono alti una Banca centrale non può fare molto dal lato dell’offerta, ma può tentare di ridurre la domanda agendo sul costo del denaro. Il problema è che lo strumento che ha in mano, la leva dei tassi, è potente ma non certo preciso. È come avere in mano una mazza che non è in grado di colpire in modo chirurgico dove si vuole e può invece scatenare conseguenze diffuse su tutta la crescita.

Quali sono i suoi timori?

Penso che la recessione possa essere più dura, ampia, profonda e lunga di quanto Fed e mercati si aspettino. Powell sembra molto fiducioso, ma credo che questo sia un gioco pericoloso perché, come ho detto, l’inasprimento della politica monetaria non riduce la domanda solo in uno specifico settore, ma in tutte le aree economiche, come si vede già sul mercato immobiliare. In più, la Fed si concentra solo sugli Stati Uniti e su ciò che è positivo per il Paese, ma siamo tutti consapevoli che le sue scelte hanno conseguenze globali, anche perché il dollaro è una valuta globale e lo stiamo vedendo proprio in questi giorni.

Quindi l’atterraggio «morbido» dell’economia è un’illusione?

L’anno scorso la Fed e altre banche centrali dicevano che la pressione inflazionistica era transitoria, ma quella si è poi rivelata più una speranza che una previsione. Ora la penso allo stesso modo: spero in un soft landing, ma a essere onesti penso che la probabilità che accada sia piuttosto bassa. Nella mia carriera, l’unico esempio che abbiamo è quello del 1994-1995, quando i tassi Usa aumentarono di 300 punti base in un anno e la crescita rallentò, ma senza recessione.

Un bel rischio per i mercati, non crede?

In questa situazione è inevitabile andare incontro ancora a molta volatilità, soprattutto fra gli asset rischiosi come azioni e spread creditizi le cui valutazioni non stanno a mio avviso scontando ancora una recessione. Abbiamo avuto un aggiustamento dei prezzi nella prima metà dell’anno, ma questo è sostanzialmente dovuto ai tassi di interesse più elevati. Quindi, se i dati macro continueranno a segnalare debolezza e rallentamento della crescita, mentre al tempo stesso l’inflazione rimarrà elevata, si creerà un pessimo mix per i mercati. Per questo è bene restare in allerta.

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  • Maximilian Cellino

    Maximilian CellinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese, tedesco

    Argomenti: Mercati finanziari, politiche monetarie, risparmio gestito, investimenti, fonti alternative di finanziamento, regolamento del sistema finanziario

    Premi: Premio State Street 2017 per il giornalista dell'anno - Categoria Innovazione

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