No, perché le indicazioni sono state piuttosto chiare: pur di ridurre i prezzi le Banche centrali sono pronte ad accettare una crescita più lenta e un aumento della disoccupazione. Quindi, finché i dati certificheranno questo la Fed non reagirà, ma dirà che “fa parte del processo” di contenimento dell’inflazione. I dati sul Pil non cambieranno per ora la traiettoria dei tassi. Anzi, pensiamo che i politici accetterebbero volentieri un aumento di due punti percentuali del tasso di disoccupazione se i prezzi si stabilizzassero rapidamente. Del resto, dopo quasi quattro decenni in cui le banche centrali hanno dato priorità alla crescita rispetto all’inflazione, il concetto di sacrificare la ripresa per ridurre i prezzi è difficile da capire.
Ma è giusto che la Fed stia di fatto creando una recessione per frenare l’inflazione?
Se i prezzi sono alti una Banca centrale non può fare molto dal lato dell’offerta, ma può tentare di ridurre la domanda agendo sul costo del denaro. Il problema è che lo strumento che ha in mano, la leva dei tassi, è potente ma non certo preciso. È come avere in mano una mazza che non è in grado di colpire in modo chirurgico dove si vuole e può invece scatenare conseguenze diffuse su tutta la crescita.
Quali sono i suoi timori?
Penso che la recessione possa essere più dura, ampia, profonda e lunga di quanto Fed e mercati si aspettino. Powell sembra molto fiducioso, ma credo che questo sia un gioco pericoloso perché, come ho detto, l’inasprimento della politica monetaria non riduce la domanda solo in uno specifico settore, ma in tutte le aree economiche, come si vede già sul mercato immobiliare. In più, la Fed si concentra solo sugli Stati Uniti e su ciò che è positivo per il Paese, ma siamo tutti consapevoli che le sue scelte hanno conseguenze globali, anche perché il dollaro è una valuta globale e lo stiamo vedendo proprio in questi giorni.