Petrolio e geopolitica

Agli Emirati arabi l’Opec sta stretta, voci di uscita scuotono il mercato

Il petrolio Brent affonda del 3%, poi recupera dopo smentite ufficiose su un prossimo addio. Abu Dhabi già da anni rivendica un ruolo più forte nell’Organizzazione, ora ci sono attriti crescenti con i sauditi (anche su altri fronti)

di Sissi Bellomo

3' di lettura

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Gli Emirati arabi uniti fuori dall’Opec. O forse no. L’ipotesi di una prossima, grave frattura dell’Organizzazione degli esportatori di petrolio ha scosso il mercato, affondando in pochi minuti le quotazioni del Brent di circa il 3% prima di un recupero intorno a 86 dollari al barile, in rialzo di oltre l’1%. Il rimbalzo è avvenuto dopo le smentite di fonti qualificate (per quanto anonime), veicolate dalle maggiori agenzie di stampa internazionali.

Si è così spento, almeno per ora, il nervosismo sollevato da un servizio del Wall Street Journal, pubblicato in Internet proprio mentre Abu Dhabi è sotto i riflettori non solo per la visita della delegazione governativa italiana (che sarà accompagnata dalla firma di ulteriori accordi di collaborazione con l’Eni) ma anche per l’Ipo da record di Adnoc Gas, che ha raccolto ben 2,5 miliardi di dollari per una quota del 5%. Sui media si sta anche scaldando il dibattito sul sospetto di triangolazioni con cui gli Emirati starebbero aiutando la Russia ad aggirare le sanzioni.

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L’articolo del Wsj in realtà si concentra su altro, ossia sulle relazioni tra Abu Dhabi e l’Arabia Saudita, il cui deterioramento su più fronti avrebbe anche riacceso negli Emirati un «dibattito interno» sulla possibilità di lasciare l’Opec: una decisione che farebbe «tremare il cartello indebolendo il suo potere sui mercati petroliferi globali», commenta il quotidiano statunitense.

Uno sviluppo di questo tipo avrebbe davvero conseguenze importanti per l’Organizzazione, che perderebbe uno dei pochissimi Paesi membri in grado di modulare la produzione a seconda delle necessità: oltre all’Arabia Saudita, solo gli Emirati e in misura minore il Kuwait dispongono di quella che si chiama “spare capacity”, la capacità produttiva di riserva, che permette di aprire – oltre che chiudere – i rubinetti del greggio in risposta alle esigenze del mercato o alle strategie del gruppo.

Gli attriti con Riad all’Opec (che non sono certo una novità) nascono proprio dal peso di Abu Dhabi come produttore, che è cresciuto molto negli ultimi anni e promette di crescere ancora, ma che a suo dire non ha ottenuto un riconoscimento adeguato.

Il disagio degli emiratini all’interno dell’Opec – e forse anche la tentazione di uscirne – non sono certo una novità e sono sfociati almeno in due occasioni in proteste pubbliche e azioni di ostruzionismo, che hanno costretto a rinviare un vertice dell’Organizzazione a fine 2020 e addirittura a cancellarne uno nell’estate 2021, in attesa di una riconciliazione (mediata proprio da Riad) che ha richiesto tre settimane di negoziati.

Abu Dhabi all’epoca ottenne una quota produttiva più alta, ma comunque di poco superiore a 3 milioni di barili al giorno, a fronte di una capacità di estrarre più di 4 mbg di greggio e progetti per arrivare a 5 mbg entro il 2027, grazie a piani ambiziosi di sviluppo dei giacimenti che la compagnia nazionale Adnoc sta realizzando con un decisivo contributo da parte di Eni, il suo principale partner straniero.

Come il Qatar, che uscì dall’Opec nel 2019, anche gli Emirati arabi uniti potrebbero puntare a una maggiore libertà d’azione e forse sperare di guadagnarsi un appoggio ancora più convinto da parte degli investitori stranieri (che peraltro sono già molto coinvolti, nell’industria petrolifera e non solo).

Doha però non ha mai avuto un ruolo rilevante come produttore petrolifero: il suo business principale era ed è il gas, o meglio il Gnl, in cui sta investendo miliardi per riconquistare il primato mondiale. Abu Dhabi forse non avrebbe altrettanto da guadagnare nel seguire i suoi passi. Quanto meno, non nel breve termine.

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