Scenari di mercato

Wall Street adesso ha altre due gatte da pelare dopo l’accordo sul debito

L’intesa sull’ampliamento del tetto al debito, in odore di firma tra repubblicani e democratici, è una buona notizia perché evita il default della prima economia al mondo. Ma i problemi da affrontare per i listini azionari non finiscono qui

di Vito Lops

Ansa

3' di lettura

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La settimana finanziaria parte con il freno tirato per i listini europei, privi il 29 maggio del faro di Wall Street chiusa per il Memorial Day, insieme a Londra e Zurigo. Volumi dimezzati a Piazza Affari con il Ftse Mib che ha terminato le contrattazioni in calo dello 0,35%, in linea con le altre principali piazze del Vecchio continente. Coloro che ipotizzavano un ulteriore scatto dei listini azionari - dopo quello di venerdì in scia ai rumors su un accordo negli Usa per l’ampliamento del tetto al debito - sono stati per ora smentiti.

La vera reazione arriverà oggi, quando la Borsa statunitense riaprirà i battenti dando un segnale agli investitori globali. In ogni caso, anche se, come pare, ormai si sta andando verso la firma tra repubblicani e democratici per ampliare il tetto al debito e scongiurare così il default tecnico della prima economia al mondo, i mercati finanziari hanno almeno altre due gatte da pelare. La prima è conseguenza stessa dell’intesa sul debito. È vero che evita il fallimento ma allo stesso tempo potrebbe tramutarsi in un forte e rapido drenaggio di liquidità sugli stessi mercati.

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Chi pagherà i titoli del Tesoro Usa?

La domanda del momento, infatti, è: chi acquisterà l’importante mole di titoli di Stato che il Tesoro Usa dovrà emettere in tutta fretta per poter tornare a pagare regolarmente stipendi e interessi sul debito in scadenza? Se una buona fetta delle nuove emissioni sarà assorbita, come probabile, da famiglie e imprese, si tradurrà automaticamente in un “prelievo dei fondi dalle banche”, banche che hanno già dimostrato di avere problemi di liquidità in questa primavera tanto che la Federal Reserve ha attivato linee di finanziamento speciali, molto utilizzate dagli istituti regionali. Lo stesso problema si avrebbe qualora fossero proprio le banche ad acquistare nuovi titoli di Stato, perché in quel modo ridurrebbero automaticamente le proprie riserve e di conseguenza la propria capacità di prestare soldi. La soluzione sistemica migliore sarebbe un forte acquisto da parte dei fondi monetari, qualora andassero a sostituire la liquidità parcheggiata presso la Fed nel mercato interbancario dei reverse repo. Tuttavia i tassi a breve termine che questi fondi ricevono proprio da questo speciale mercato dovrebbero rappresentare un disincentivo.

La reazione del Bitcoin

Di conseguenza gli analisti si aspettano che la maggior parte delle nuove emissioni - si parla di un ammontare che potrebbe arrivare a 1.000 miliardi nel giro di sei mesi - sarà acquistato da banche, imprese e famiglie, con conseguente riduzione delle riserve. Tradotto in termini di liquidità, che poi è la principale linfa per sostenere qualsiasi rialzo dei mercati azionari, si prevede una sorta di stretta monetaria indiretta, come fosse un ulteriore quantitative tightening.

Forse è per questo che Bitcoin - considerato da molti operatori un termometro della liquidità globale - dopo aver rotto al rialzo la soglia dei 28mila dollari in scia alla notizia dell’accordo sul debito nel fine settimana, ieri è nuovamente sceso in area 27.500.

Il movimento sui tassi

Altro punto delicato riguarda il movimento sui tassi. A metà marzo, quando impazzava la crisi delle banche regionali e si temeva il peggio dopo il fallimento di Silicon Valley Bank, il mercato scontava un’importante inversione della politica monetaria della Fed con il costo del denaro visto scendere al 3,8% entro fine anno.

Nel mese di maggio i mercati hanno iniziato però a riprezzare verso l’alto le previsioni sui tassi, accentuando il movimento la scorsa settimana quando sono stati pubblicati i nuovi dati sull’inflazione negli Usa (misurata attraverso il personal consumption expenditures, parametro preferito dalla Fed rispetto al consumer price index) che hanno mostrato una certa resilienza. Ad aprile l’indice pce è cresciuto su base annua del 4,4%, accelerando dal 4,2% di marzo, contro attese per un dato al 4,1%. La componente “core” del dato è cresciuta del 4,7% rispetto a un anno prima, contro attese per una conferma del 4,6% del mese precedente. Di conseguenza il mercato ora si aspetta che nel meeting del 14 giugno la Fed alzerà ancora i tassi portandoli nella forchetta 5,25%-5,5%.

La pausa ventilata qualche settimana fa dallo stesso governatore Jerome Powell è diventata meno probabile. Gli investitori sono posizionati sullo scenario “higher for longer”, quello che prevede tassi alti e per più tempo al fine di constrastare una possibile seconda ondata inflazionistica. Nel mezzo c’è il fermento per l’intelligenza artificiale, il mega-trend del momento che sta spingendo alcuni grandi titoli che a loro volta sostengono le quotazioni dei più grandi panieri azionari statunitensi. Ma senza le big tech, l’S&P 500, in rialzo dell’8% da inizio anno, sarebbe in rosso.

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