Anche un accordo sul tetto al debito Usa fa tremare i mercati. Ecco perché
Un accordo scongiurerebbe il default tecnico della prima economia al mondo ma è anche vero che equivarrebbe a un probabile drenaggio di liquidità dal sistema, liquidità che resta il primo driver per i mercati azionari
di Vito Lops
4' di lettura
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Tetto al debito sì, tetto al debito no. Il dilemma che attanaglia la politica americana rimbalza sui mercati finanziari con conseguente aumento della volatilità. Nella seduta del 24 maggio hanno sofferto tutti i listini, a partire da quelli europei (Euro Stoxx 50 -1,81% e Ftse Mib -2,39%). Prima ancora in rosso le Borse cinesi (Hang Seng -1,6%) e Tokyo (-0,89%) quest’ultima alle prese, al momento, con un semplice ritracciamento dopo il recente grande balzo che l’ha portata a rivedere livelli di 33 anni fa.
Le vendite hanno poi colpito Wall Street con cali intorno al punto percentuale dei principali panieri. Mentre l’Europa si preoccupa dell'inflazione “appiccicosa” (ad aprile nel Regno Unito si è attestata all’8,7% a fronte dell’8,2% atteso) l’ampliamento del tetto al debito negli Usa resta il punto cruciale. In cassa il Tesoro (nel suo conto corrente che detiene presso la Fed) ha appena 68 miliardi, rispetto ai 1.000 di inizio maggio. È partito un conto alla rovescia verso il prosciugamento della disponibilità. Alcune stime indicano che la “data x” potrebbe essere il primo giugno, altre proiettano il momento in cui il conto dello Stato americano vada in rosso tra il 2 e il 9 giugno.
Giorno più, giorno meno, quel che conta è che manca poco. E che in mancanza di un accordo tra repubblicani e democratici sull’ampliamento del tetto del debito - che permetterebbe al Tesoro di rifinanziarsi e quindi ottemperare alle spese ordinarie, come il pagamento degli stipendi ai dipendenti pubblici e degli interessi sul debito in scadenza - la turbolenza è da mettere in cantiere lato investitori. Ma il punto è che si sta profilando una situazione “lose-lose”, nella quale anche lo scenario del tanto auspicato accordo potrebbe rivelarsi negativo per le Borse.
Come mai? Perché è vero che un accordo scongiurerebbe il default tecnico della prima economia al mondo ma è anche vero che equivarrebbe a un probabile drenaggio di liquidità dal sistema, liquidità che resta il primo driver per i mercati azionari. Negli ultimi anni abbiamo imparato la lezione: gli utili possono scendere e l’economia rallentare ma se le banche centrali aumentano la liquidità (misurata ad esempio dall’aggregato monetario M2) l’appetito al rischio torna a far visita alle Borse.
È stimato che il Tesoro degli Usa, una volta raggiunto l’accordo sull’ampliamento della capacità di indebitarsi, emetterà subito titoli di Stato che potrebbero arrivare da qui a fine anno a circa 1.000 miliardi di dollari. Da chi li prenderà questi soldi? Le ipotesi sono quattro: banche, famiglie e imprese, fondi monetari, investitori esteri. Nella nuova fase di parziale de-dollarizzazione la domanda estera di Treasury potrebbe venir meno, in particolare dalla Cina che invece negli ultimi anni ha spesso rimpinguato le casse di Washington.


