Super rimbalzo

Wall Street (+20%) dà un calcio all’Orso. Ma all’orizzonte ci sono due grandi ostacoli

Il tecnologico Nasdaq, grazie a uno spettacolare rimbalzo partito a metà giugno, è tecnicamente fuori dal mercato ribassista. Nel breve c’è entusiasmo anche se ci sono almeno due motivi per non farsi prendere da una facile euforia

di Vito Lops

La Borsa, gli indici dell’11 agosto 2022

3' di lettura

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ll Nasdaq 100 ha rimesso la testa sopra i 13.200 punti, che è la linea spartiacque tra un mercato “Orso” (che scatta di fronte a un ribasso superiore al 20%) e una sana correzione. Tra i grandi indici occidentali, quello tecnologico statunitense era l’unico fino a 48 ore fa ad essere ancora considerato in “bear market”. Con lo scatto delle ultime due sedute (anche se in chiusura ha vaporizzato il guadagno intraday) il paniere dei titoli growth è tornato sopra, seppur di poco, questa importante e fisiologica soglia.

La spinta dai dati dell’inflazione

A dare ulteriore spinta al movimento di appetito al rischio dei mercati - che prosegue da metà giugno e che da allora ha visto il Nasdaq rimbalzare del 20% e le Borse europee in media del 10% - sono stati gli ultimi dati macro che confermano un raffreddamento della spinta propulsiva dell’inflazione. Ieri sono stati resi noti i prezzi alla produzione negli Stati Uniti relativi al mese di luglio (un indicatore che sa tanto di “inflazione a monte”) cresciuti su base annua del 9,8%. In altri tempi sarebbe stato un dato drammatico ma nella fase attuale è da considerarsi un ottimo numero, considerato che nella precedente rilevazione si era attestato all’11,8% e che le attese erano al 10,4%. Tra l’altro era dall’aprile del 2020 che i prezzi alla produzione non mettevano la marcia indietro. Un giorno prima, il dato reso noto sull’inflazione a valle (il consumer price index) ha ugualmente battuto in meglio le stime (8,5% rispetto all’8,7% atteso con il dato “core”, depurato per i prezzi di energetici e alimentari, al 5,9% rispetto al 6,1%).

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La frenata della volatilità

Gli asset rischiosi - Borse ma anche criptovalute - hanno così visto un ritorno importante di liquidità in un contesto in cui la volatilità (indice Vix) è scesa per la prima volta dallo scorso aprile sotto i 20 punti, anch’essa una soglia spartiacque importante. Un clima quindi più disteso favorito anche dall’elevato livello di liquidità a disposizione dei fondi di investimento che, stando all’ultimo sondaggio di Bofa Merrill Lynch, ha raggiunto il 6,1%, come non accadeva dal 2001. Tra gli elementi a favore del risk-on sta giocando anche l’assenza di altri importanti market mover dato che i prossimi grandi appuntamenti (ovvero le decisioni delle banche centrali) sono schedulati nella seconda metà di settembre. Certo, c’è il simposio di Jackson Hole di fine agosto che vedrà riunirsi i più grandi banchieri centrali ed esponenti del mondo finanziario. In quell’ambito potrebbe trapelare qualche dichiarazione market sensitive, ma a livello decisionale le prossime settimane dovrebbero passare indenni.

LA CORRELAZIONE TRA LA LIQUIDITÀ E WALL STREET

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Due fattori critici: liquidità e Fed

Se nel breve il terreno sembra quindi più fertile per i rialzisti (mentre i ribassisti sembrano in vacanza come emerge anche da una visione professionale dei book di Borsa) non vanno però allo stesso tempo minimizzati due fattori che potrebbero tornare a preoccupare gli investitori nei prossimi mesi.

Il primo riguarda la liquidità, l’unica vera benzina che in fondo alimenta i mercati azionari. Su questo fronte va tenuto conto che la Federal Reserve ha annunciato un corposo piano di riduzione del bilancio (che ha superato la cifra record e monstre di 9mila miliardi di dollari) che dal mese di settembre dovrebbe prevedere, tra titoli di Stato e titoli agganciati ai mutui, un drenaggio di oltre 90 miliardi di dollari al mese. La stessa Fed prevede una riduzione complessiva di 2.000-2.500 miliardi nell’arco del prossimo biennio. Come documenta il grafico in basso (che mette in relazione l’aggregato monetario M2 negli Usa espresso in termini reali, cioè al netto dell’inflazione, in rapporto all’S&P 500) tra le due variabili persiste una spettacolare correlazione diretta. Quindi è giusto chiedersi: in un contesto in cui la liquidità verrà drenata, posto che la Fed sia di parola, quanto spazio avrà in futuro Wall Street (e a ruota ovviamente anche gli altri listini globali, come quelli europei, che vivono di riflesso un contesto simile) per scalare altre vette della montagna?

Il secondo grande possibile nodo al pettine di questo forte rimbalzo che va in scena ormai da due mesi sui mercati azionari è che esso, tecnicamente, non piace alla Federal Reserve. Perché la lotta all’inflazione non può certo dirsi terminata, benché gli ultimi dati paiano tendenzialmente incoraggianti. Una improvvisa euforia dei mercati finanziari potrebbe creare quell’ “effetto ricchezza” negli investitori/consumatori che a quel punto diventerebbe un ostacolo all’azione di ridimensionamento dell’inflazione. È anche per questo che nelle ultime giornate i vari esponenti della Fed si stanno alternando con dichiarazioni volte proprio a raffreddare gli animi. Gli investitori, però, in questa fase preferiscono ignorare questi moniti, vogliosi di continuare a festeggiare che il Nasdaq, dopo quattro mesi di fila in compagnia dell’Orso, sta tornando a strizzare l’occhio al Toro.

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