Video on demand

Streaming, dopo la crisi si punta alla svolta tra pubblicità e freno alle spese

Partenza positiva per i titoli delle piattaforme, ora è atteso un cambio di rotta: necessario innovare, con un occhio ai costi

di Andrea Biondi

Digitale terrestre, scatta lo “switch off”. Cosa sapere per non rimanere con la Tv al buio

4' di lettura

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«Come la maggior parte delle aziende, siamo felici di lasciarci alle spalle il 2022. Gli obiettivi per il 2023 sono di tornare ad accelerare nella crescita dei ricavi». E ancora: «Prima dello streaming la Tv lineare, via cavo, la pay tv hanno avuto 50 anni di crescita. Noi siamo ai primi giorni. E rappresentiamo ancora solo il 10% del tempo che viene dedicato alla Tv». Così Ted Sarandos, co-ceo e chief content officer di Netflix alla Ubs Global Tmt Conference dello scorso 6 dicembre, a conclusione di un anno terribile per le piattaforme streaming e in vista di un 2023 che promette di rappresentare una svolta: minori spese in contenuti, offerte pubblicitarie, bundle fra servizi, competizione delle offerte “Fast” (classiche tv via streaming che si sostengono con la pubblicità).

Il 2022 è stato l’anno del boom della spesa in contenuti per le piattaforme streaming di video on demand che a livello mondiale, tra acquisizione di diritti e produzione di contenuti originali, è arrivata ai massimi livelli: 64 miliardi di dollari in Direct To Consumer (cioè piattaforme Streaming), vale a dire un +30% rispetto al 2021 secondo un’analisi di Wells Fargo.

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A questo punto le preoccupazioni degli investitori sulla redditività hanno iniziato a picchiare sui titoli delle grandi corporation dell’entertainment. A oggi in un anno le azioni di Disney risultano in calo del 52,54% (99,40 dollari); quelle di Paramount del 45,52% a 20,06 dollari; quelle di Warner Bros. Discovery del 48,47% a 13,14 dollari. Alla fine Netflix, l’azienda che ha fatto spaventare tutto il comparto per i risultati e le previsioni di abbonati – e che giovedì aprirà la tornata di diffusione dei conti per l’ultimo trimestre dell’anno – è quella che ha perso di meno: -35,29% a 332,82 dollari. Da questo punto di vista però il 2023 si presenta sotto ben differenti sembianze: +12,9% da inizio anno per Netflix; +17,52% per Paramount; +11,72% per Disney; +37,74% per Warner Bros. Discovery.

Cosa sta succedendo? È ormai evidente a tutti come competere nel mondo dello streaming sia molto costoso, soprattutto per le società media tradizionali che stanno ancora finanziando gli sforzi di programmazione per i loro canali televisivi lineari per cercare di non perdere rating e quindi investimenti pubblicitari. Queste Big Entertainment Corporation hanno confidato nel fatto che accettare le perdite a breve termine valesse la pena nel lungo periodo. Tuttavia i potenziali abbonati dei servizi di streaming sono disposti a spendere solo fino a un certo punto, quindi alcuni operatori rimarranno di fatto indietro. Il che lascia pensare a un altro processo fatto di concentrazione, acquisizioni e licenziamenti per ridurre i costi fissi.

L’andamento disastroso del 2022 ha fatto anche vittime illustri come Bob Chapek, il ceo della Disney che ha riconsegnato lo scettro al grande vecchio Bob Iger. Nel frattempo, però, il ripensamento delle strategie per il mondo dello streaming è forte sul “quanto” – e quindi sulla spesa – ma inizia a riguardare anche il “cosa” dopo aver messo agli atti l’innovazione ormai definitiva sul “come” i contenuti vengono fruiti: dalla Tv allo streaming e quindi ai device mobili anywhere ed anytime. In effetti, a ripensarci, quello che si vedeva 60 anni fa erano telefilm e film e anche oggi al centro della scena per le piattaforme Vod ci sono film e serie Tv. Queste ultime però con una qualità più alta, cinematografica, tanto da aver surclassato su molti fronti, in primis quello dello storytelling, i film. Quel che manca però è l’innovazione. L’ultima vera innovazione in Tv in termini di contenuto è stata il Grande Fratello di John de Mol, che è un format sbarcato in Italia ormai 23 anni fa.

Di fatto oggi la spesa per contenuto dedicato allo streaming è focalizzata su serie Tv e film. Il tutto all’interno di un circolo vizioso che ha spinto in alto i costi con l’idea che un titolo blockbuster possa incrementare gli abbonamenti in modo strutturale e far diminuire il churn (il tasso di abbandono). Negli Usa si spendono ormai cifre elevatissime per la produzione di una serie Tv, con una media di 10 milioni di dollari a episodio. Una spesa, questa, giustificata dalla capacità di queste produzioni di essere viste e apprezzate in tutti i continenti. La stessa strategia però è molto meno giustificata in Paesi non anglosassoni. In Italia si è arrivati abbondantemente sopra il milione di euro a episodio per serie Tv di medio-piccolo cabotaggio, fino a toccare circa 25 milioni spesi per 6 episodi di “The Good Mothers” per Disney+ o 37 milioni per i 10 episodi di “Bang Bang Baby” di Amazon Prime Video (3,7 milioni a episodio); 6,3 milioni per “Il Divin Codino” della durata 1 ora e mezza (equivalente di 4,2 milioni a episodio) o 17,5 milioni per 6 Episodi di “The Bad Guy”.

Ampere Analysis ha recentemente diffuso uno studio con stime di rallentamento della spesa in contenuti. Per le piattaforme Ott continuerà ad aumentare, ma a un tasso dell’8% contro il +25% del 2022. Un cambiamento di rotta che fa il paio con il lancio delle offerte a prezzo calmierato ma con pubblicità per Netflix (in 12 Paesi) e Disney (negli Usa ma espansione internazionale nel corso dell’anno), che secondo rumors non starebbero dando grandi risultati anche se Jeremi Gorman, presidente della pubblicità mondiale di Netflix, parlando al Ces di Las Vegas si è detta «soddisfatta della crescita che stiamo vedendo».

Analisti e osservatori concordano nel dire che per il futuro di questa industry servirà di più. In quale direzione? Un’indicazione arriva proprio da Netflix, che si è lanciata nei giochi come nelle lezioni di fitness (accordo con Nike). Le attese sono anche per un’ondata di offerte in bundle fra gli stessi servizi visto che le società dello streaming, complice la riduzione del trend di spesa in contenuti, si concentreranno meno sull’attrarre nuovi abbonati e più sulla fidelizzazione dei clienti esistenti. Riferendosi a tutta Hollywood e non solo al mondo dello streaming, Bob Iger sei mesi fa disse che questa è «l’era della grande ansia». Difficilmente contestabile.

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