Telecomunicazioni

Sfr, risiko francese nelle Tlc: Bouygues, Iliad e Orange in trattativa esclusiva

Offerta da 20,35 miliardi, alzata rispetto alla precedente, per gli asset della controllata di Altice. Il consorzio accelera sul riassetto del mercato

di Andrea Biondi

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Un nuovo tentativo, che pone la Francia come possibile apripista di tutta un’azione di consolidamento da (troppo) tempo indicata come salvifica dall’industria europea delle Tlc.

Bouygues Telecom, Orange e Iliad hanno annunciato di essere entrati in negoziazioni esclusive con Altice France per l’acquisizione di Sfr, secondo operatore francese, con un’offerta che valuta gli asset 20,35 miliardi di euro. È una cifra alzata rispetto all’offerta iniziale di 17 miliardi rispedita al mittente dal patron di Altice, Patrick Drahi. Ma soprattutto è il segnale della posta in gioco: il mercato francese, già maturo e ferocemente competitivo, potrebbe scendere da quattro a tre grandi operatori, in una delle operazioni più sensibili degli ultimi anni per industria, politica e antitrust.

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Lo spezzatino di Sfr

L’esclusiva concessa da Altice France durerà fino al 15 maggio e servirà a chiudere i termini e la documentazione dell’operazione. Il consorzio ha già messo nero su bianco anche la spartizione del perimetro: a Bouygues andrebbe l’attività B2B; il business consumer verrebbe diviso fra Bouygues, Iliad e Orange; infrastrutture e frequenze sarebbero ripartite fra i tre, con l’eccezione della rete mobile di Sfr nelle aree meno dense, destinata a Bouygues Telecom. La distribuzione di prezzo e valore prevista è di circa il 42% a Bouygues, il 31% a Iliad e il 27% a Orange.

In una nota congiunta i tre gruppi rivendicano una logica industriale e nazionale. L’operazione, si legge, consentirebbe di «rafforzare gli investimenti nella resilienza delle reti a banda ultralarga, nella cybersicurezza, ma anche nell’innovazione e nelle nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale»; di «consolidare il controllo di infrastrutture strategiche per il Paese»; di «preservare un ecosistema concorrenziale a beneficio dei consumatori».

Tenuta del settore e antitrust

Ma il punto è proprio qui. Perché se da anni gli operatori europei chiedono un allentamento della rigidità sulle concentrazioni, sostenendo di non avere massa sufficiente per competere e per finanziare le reti, dall’altra parte resta aperto il timore classico delle autorità: meno concorrenza può significare prezzi più alti per consumatori e imprese. Anche per questo il dossier Sfr supera i confini francesi: è insieme una prova di mercato e una prova regolatoria per le Tlc nella Ue. Dove, peraltro, starebbe arrivando al dunque l’impianto delle nuove linee guida sulle fusioni che potrebbe mettere nero su bianco un allentamento richiesto a gran voce dalle telco in crisi di ricavi e margini consumati da ipercompetizione e guerra dei prezzi (Italia docet).

L’impero (in smobilitazione) di Drahi

C’è poi il capitolo Drahi. La vendita di Sfr rappresenta un altro tassello nello smontaggio progressivo del conglomerato costruito negli anni da Patrick Drahi a colpi di debito. L’obiettivo è alleggerire una struttura finanziaria diventata troppo pesante e fare cassa attraverso la cessione di asset strategici.

L’operazione, conclude la nota delle tre telco francesi, dovrà passare per la consultazione degli organismi rappresentativi dei lavoratori e poi ottenere tutte le autorizzazioni regolatorie necessarie, a partire dal controllo sulle concentrazioni. E quindi, con formula di rito, si ammette che, allo stato attuale delle cose, non c’è alcuna certezza che il deal si faccia davvero. Certo è che tutta l’industria europea delle Tlc (e in particolare quella italiana) ora guarderà con grande attenzione al riassetto francese.

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