Racconto autobiografico

Resa dei conti col cadavere del padre

«Rimpatrio», di Ève Guerra, è la storia di una figlia che cerca di riportare in Francia il corpo del padre morto in Africa e che si trova ad affrontare la memoria di un uomo violento

di Lara Ricci

4' di lettura

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«È morto quel giorno lì, quando la luce del giardino attraversava la porta a vetri». Il pomeriggio in cui riceve la notizia del decesso di suo padre, Annabella ha 23 anni ed è in biblioteca a studiare per un esame di Lettere.

Scende le scale, esce nella luce di una fredda primavera, spende gli ultimi soldi comprando una tessera per telefonare ai suoi zii. Li ascolta mentre la sgridano perché è sparita, perché non risponde ai messaggi, li ascolta dirle che il corpo di suo padre è in Camerun e forse non sarà possibile rimpatriarlo, che deve immediatamente raggiungerli dall’altra parte della Francia.

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Il credito finisce e Annabella attraversa Lione in uno stato di percezione attutita, dove gli avvenimenti esterni arrivano improvvisi e ovattati, imprevisti ed inspiegati, sprofondata com’è nei ricordi che teneva a bada da molti anni e che ora l’assalgono. Smarrita dentro sé stessa, assente e al contempo finalmente presente, col suo «corpo a fior di pelle, quasi nudo». Immersa nel flusso della vita.

Ho ucciso mio padre, continua a dirsi mentre si chiede come trovare i soldi per raggiungere gli zii. Non li può chiedere al suo ragazzo, avendogli raccontato che suo padre era morto due anni prima, così come agli amici, ai compagni di università.

Lione e il Rodano le scorrono davanti agli occhi, ma lei è in una foresta in Congo «dove la luce non riesce più a entrare»: ha nove anni quando decide per la prima volta di andarsene, di lasciare suo padre. È un serpente fra i serpenti, come un serpente metamorfizzato è il fiume Congo - le aveva raccontato un pigmeo (questa la parola usata nella traduzione italiana, anche se dispregiativa), aggiungendo che era un serpente di cui non si deve aver paura. Un serpente che scivola via come la vita e lei della vita - lo capiamo man mano che il libro si svela - ha invece molta paura.

Quel giorno di tanto tempo prima Annabella aveva deciso di scappare da un uomo violento, dall’abbandono della madre, una ragazzina congolese che l’aveva partorita a sedici anni, andatasene quando la figlia aveva sette anni dopo essere stata riempita di botte dal padre.

E se la fuga della bambina quel giorno non durerà a lungo, diversa sarà quella dalla guerra civile scoppiata alcuni mesi dopo. Una fuga lungo le piste più remote del Paese sul pick-up di suo padre, non essendo riusciti a raggiungere in tempo la capitale dove i francesi, come lo era suo padre, venivano messi su un volo e rispediti a Parigi. Una discesa nell’inferno della degradazione.

In Rimpatrio, vincitore del premio Goncourt opera prima, la scrittrice francocongolese Ève Guerra affastella sapientemente gli avvenimenti dell’allucinato presente con quelli di un passato offuscato dal dolore, dal desiderio di non ricordare.

E così ci immerge in un’Africa oscura, quella degli expats (“espatriati”, i migranti che provengono dai Paesi ricchi) che affogano nell’alcol la violenza del loro privilegio, del loro egoismo, delle loro brame malcelate. Un’Africa che ricorda quella di Esilio (2012, il Saggiatore) amarissimo romanzo postumo del danese Jakob Ejersbo, anche lui figlio di expats. Un’Africa dove Annabella bambina, in sella a una bicicletta, si precipitava giù dalla collina senza guardare la strada: «mi sembrava che le verità del mondo penetrassero nella mia anima attraverso il corpo».

Moderna Antigone, la protagonista di questo esordio autobiografico intenso e poetico cerca di raggiungere gli zii e poi di “disincagliare” a distanza il corpo di suo padre dalla burocrazia e dai raggiri escogitati dall’azienda che l’aveva assunto in nero e che non vuole prendersi la responsabilità del macchinario che l’ha triturato. E nel contempo sprofonda suo malgrado in un viaggio interiore, alla ricerca di un uomo che non rivedrà più e la cui immagine già le sfugge, come quella di sua madre, come quella di sua nonna.

Un uomo che non ha mai veramente conosciuto, irraggiungibile nel suo bozzolo di menzogne. Irraggiungibile e dolorosamente desiderato, come la prima infanzia durante la quale ha creduto e continua a credere di essere stata felice. Si trova così faccia a faccia con una Annabella che le è straniera, e che vorrebbe continuasse a esserlo, vedendosi assomigliare sempre più a suo padre. Entrambi con «gli occhi totalmente rivolti all’interno, e lontano dal mondo». Entrambi in fuga da loro stessi e dal loro passato.

«Possa tu non sapere mai chi sei», recita in esergo al libro una frase tratta dall’Edipo re di Sofocle. Un auspicio che anche in questo caso non si esaudirà, ma non sarà un male: la salma verrà in qualche modo riportata a casa, e con essa arriverà una nuova consapevolezza.

 Rimpatrio, infatti, è il resoconto di un faccia a faccia a lungo evitato, quello della protagonista con un’illusione di felicità che ogni giorno la ferisce, con un bisogno disperato di amare e di essere amata anche quando questo è impossibile. Un amore che pur di sopravvivere devia dall’oggetto al soggetto, annichilendosi. Rimpatrio è una resa dei conti con un padre dalle tante facce, un padre ambiguo, anche lui figlio della violenza. Un padre che, sia che lei lo ami sia che lei che lo rifiuti, produce su Annabella lo stesso effetto: quello di imprigionarla. Un’amara e sincera resa dei conti con le proprie radici.

RIPRODUZIONE RISERVATA

Ève Guerra, Rimpatrio, traduzione di Anna D’Elia, Feltrinelli, pagg. 192, euro 18

Riproduzione riservata ©
  • Lara Ricci

    Lara Riccivicecaposervizio curatrice delle pagine di letteratura e poesia

    Luogo: Milano e Ginevra

    Lingue parlate: Inglese e francese correntemente, tedesco scolastico

    Argomenti: Letteratura, poesia, scienza, diritti umani

    Premi: Voltolino, Piazzano, Laigueglia, Quasimodo

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