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La Jugoslavia sull’orlo dell’abisso

Elvira Mujčić. In un romanzo inframezzato da documenti storici, l’autrice italobosniaca narra lo sgretolarsi dell’utopia socialista e l’emergere dei nazionalismi su base etnica e religiosa. Un racconto che ricorda il nostro presente

di Lara Ricci

Women By Women. Alice Poyzer, «Untitled», 2025. Durante la Milano Fashion Week torna PhotoVogue Festival, Biblioteca Nazionale Braidense, dal 1° al 4 marzo (Credit: Alice Poyzer)

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«Chissà se era questo che intendevano certi francesi quando dicevano che l’arte deve posizionarsi sopra l’abisso» si chiede laconico il bosniaco Nene, che ha ventisette anni nel 1990, nel vedere il suo atelier di artista, installato nel capanno degli attrezzi dei genitori, per metà franato nella scarpata che porta al fiume, dopo una notte di pioggia torrenziale.

Che sarebbe accaduto la scrittrice italobosniaca Elvira Mujčić, autrice di La stagione che non c’era, lo aveva lasciato immaginare fin dalle prime pagine. Fin da quando Nene, nella luce violacea del tardo pomeriggio, aveva preso il bus per tornare per la prima volta nella sua cittadina d’origine. Dopo alcuni anni a Sarajevo, dove era fuggito dall’ostilità del padre, aveva infatti avuto l’impressione che la distanza tra il baratro e la casa dei suoi fosse diminuita, e che nei giorni continuasse a farlo.

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Così si assottigliava anche il tempo della pace. L’avvenire del suo Paese, la Jugoslavia sul punto di sgretolarsi, incombe e si rispecchia in qualche modo nella vita del giovane, tornato tra i seljaci - i contadini, ma anche i rappresentanti di un mondo retrogrado, preilluminista - senza neanche essere riuscito a laurearsi e dunque ancor più osteggiato di prima.
Tornato senza sapere cosa fare della sua vita, ma ossessionato dalla frase detta qualche tempo innanzi da un amico, il suo insegnante di lettere, che, ubriaco e forse anche per questo più consapevole dei continui sinistri scricchiolii che da mesi annunciavano il gonfiarsi dei nazionalismi su base religiosa e etnica, lo aveva apostrofato rabbioso chiedendogli se tra dieci, venti, o trent’anni «qualcuno saprà che Paese era il nostro? (...) Cioè, al di là dell’idealizzazione o del disprezzo, com’era davvero?».

Trentacinque sono passati, trenta dal genocidio di Srebrenica, e anche Mujčić si è posizionata sull’orlo dell’abisso. Ha voluto raccontare il fallimento dell’esperimento socialista proprio a partire dagli ultimi mesi in cui è esistito, prima della guerra fratricida costata centinaia di migliaia di morti, chiedendosi quando esattamente lo Stato multietnico e multireligioso abbia imboccato un cammino senza ritorno.

Se lo chiede Nene, l’artista che per esorcizzare la fine che tutti presagiscono, ma pochi riescono a percepire come veramente possibile, si è messo a fare l’archeologo per il futuro, racimolando quelli che immagina sarebbero stati i cimeli di un Paese scomparso. Nene, che solo all’ultimo «sente il bisogno di diventare un giovane ottimista, seguace di Ante Markovic o di chiunque proponesse un’utopia ampia e pacifica, invece di una trincea buia e mortale dove recitare a memoria le proprie tradizioni in attesa di un proiettile in fronte».
Se lo chiede anche l’infaticabile Merima, sua vicina di casa, amica ritrovata, amica desiderata, che al sogno di «fratellanza e unità» dei popoli invece crede da sempre e continua a credere appassionatamente - nonostante per averci creduto troppo si fosse ritrovata giovane madre di una bambina senza un padre - lavorando alacremente nel nuovo partito socialista. È solo quando si trova costretta con la violenza a dover appartenere all’una o all’altra parte che ammette che è davvero finita.

Se lo chiede infine chi legge, sbalordito dalle somiglianze della fine di quell’epoca con ciò che sta accadendo nell’odierno mondo globalizzato. Anche perché Mujčić, che all’epoca era una bambina poco più grande di Eliza, la figlia di Merima, ha avuto un’idea brillante: ha inframezzato la finzione oltre che con le pagine di diario di Eliza, con spezzoni di veri brani radiofonici e televisivi trasmessi in quei giorni, rendendo così palese come la descrizione dei fatti di allora non sia influenzata dalla nostra odierna. Che le sinistre similitudini sono reali, non ricreate a posteriori.

All’inizio del romanzo, lucida ed elegante cronaca di una fine annunciata, per esempio, Nene sente un’intervista: «Professor Grebo, abbiamo ascoltato alcuni dei discorsi drammatici del XIV congresso della Lega dei Comunisti di Jugoslavia. Lei, assieme ad altri tre esponenti del Partito comunista della Bosnia ed Erzegovina, ha fatto una proposta che, visto come si stanno mettendo le cose, sembra provenire da un altro mondo. Che cosa avete proposto? – Buonasera, sì abbiamo fatto l’unica proposta sensata in una situazione degenerata. Abbiamo semplicemente chiesto di non separarci per nazionalità all’interno del Partito ma per ideologia.
Dunque due linee ideologiche invece delle sei nazionali: socialisti riformisti e comunisti dogmatici, secondo un criterio politico. Invece qui siamo alla follia, ci stiamo dividendo per nazionalità, tra bosniaci, serbi, sloveni, croati e così via... Rischiamo di trasformarci da comunisti in nazionalisti». Che il morbo del corpo sociale che mise fine alla Jugoslavia sia oggi tornato per divenire pandemia?.

Elvira Mujčić - La stagione che non c’era - Guanda, pagg. 256, euro 18 

Riproduzione riservata ©
  • Lara Ricci

    Lara Riccivicecaposervizio curatrice delle pagine di letteratura e poesia

    Luogo: Milano e Ginevra

    Lingue parlate: Inglese e francese correntemente, tedesco scolastico

    Argomenti: Letteratura, poesia, scienza, diritti umani

    Premi: Voltolino, Piazzano, Laigueglia, Quasimodo

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