La Jugoslavia sull’orlo dell’abisso
Elvira Mujčić. In un romanzo inframezzato da documenti storici, l’autrice italobosniaca narra lo sgretolarsi dell’utopia socialista e l’emergere dei nazionalismi su base etnica e religiosa. Un racconto che ricorda il nostro presente
di Lara Ricci
3' di lettura
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«Chissà se era questo che intendevano certi francesi quando dicevano che l’arte deve posizionarsi sopra l’abisso» si chiede laconico il bosniaco Nene, che ha ventisette anni nel 1990, nel vedere il suo atelier di artista, installato nel capanno degli attrezzi dei genitori, per metà franato nella scarpata che porta al fiume, dopo una notte di pioggia torrenziale.
Che sarebbe accaduto la scrittrice italobosniaca Elvira Mujčić, autrice di La stagione che non c’era, lo aveva lasciato immaginare fin dalle prime pagine. Fin da quando Nene, nella luce violacea del tardo pomeriggio, aveva preso il bus per tornare per la prima volta nella sua cittadina d’origine. Dopo alcuni anni a Sarajevo, dove era fuggito dall’ostilità del padre, aveva infatti avuto l’impressione che la distanza tra il baratro e la casa dei suoi fosse diminuita, e che nei giorni continuasse a farlo.
Così si assottigliava anche il tempo della pace. L’avvenire del suo Paese, la Jugoslavia sul punto di sgretolarsi, incombe e si rispecchia in qualche modo nella vita del giovane, tornato tra i seljaci - i contadini, ma anche i rappresentanti di un mondo retrogrado, preilluminista - senza neanche essere riuscito a laurearsi e dunque ancor più osteggiato di prima.
Tornato senza sapere cosa fare della sua vita, ma ossessionato dalla frase detta qualche tempo innanzi da un amico, il suo insegnante di lettere, che, ubriaco e forse anche per questo più consapevole dei continui sinistri scricchiolii che da mesi annunciavano il gonfiarsi dei nazionalismi su base religiosa e etnica, lo aveva apostrofato rabbioso chiedendogli se tra dieci, venti, o trent’anni «qualcuno saprà che Paese era il nostro? (...) Cioè, al di là dell’idealizzazione o del disprezzo, com’era davvero?».
Trentacinque sono passati, trenta dal genocidio di Srebrenica, e anche Mujčić si è posizionata sull’orlo dell’abisso. Ha voluto raccontare il fallimento dell’esperimento socialista proprio a partire dagli ultimi mesi in cui è esistito, prima della guerra fratricida costata centinaia di migliaia di morti, chiedendosi quando esattamente lo Stato multietnico e multireligioso abbia imboccato un cammino senza ritorno.
Se lo chiede Nene, l’artista che per esorcizzare la fine che tutti presagiscono, ma pochi riescono a percepire come veramente possibile, si è messo a fare l’archeologo per il futuro, racimolando quelli che immagina sarebbero stati i cimeli di un Paese scomparso. Nene, che solo all’ultimo «sente il bisogno di diventare un giovane ottimista, seguace di Ante Markovic o di chiunque proponesse un’utopia ampia e pacifica, invece di una trincea buia e mortale dove recitare a memoria le proprie tradizioni in attesa di un proiettile in fronte».
Se lo chiede anche l’infaticabile Merima, sua vicina di casa, amica ritrovata, amica desiderata, che al sogno di «fratellanza e unità» dei popoli invece crede da sempre e continua a credere appassionatamente - nonostante per averci creduto troppo si fosse ritrovata giovane madre di una bambina senza un padre - lavorando alacremente nel nuovo partito socialista. È solo quando si trova costretta con la violenza a dover appartenere all’una o all’altra parte che ammette che è davvero finita.









