Sportwear

Puma, fra i potenziali acquirenti i gruppi asiatici Anta e Li Ning

La famiglia Pinault, che detiene il 29% della società tedesca attraverso la holding Artémis, avrebbe avviato trattative per la cessione della quota di maggioranza

di Monica D'Ascenzo

 Marcell Jacobs

4' di lettura

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Il settore dello sportwear, e in particolare delle sneakers, rallenta anche con l’ammiraglia della Nike che ha chiuso l’anno fiscale nel maggio scorso con ricavi in calo del 10% a 46,3 miliardi di dollari. Sembra naturale, quindi, in questo contesto la valutazione di un disimpegno nel comparto da parte della famiglia Pinault, che secondo indiscrezioni sempre più frequenti ha avviato contatti con potenziali acquirenti di Puma. D’altra parte il brand tedesco, di cui la famiglia a cui fa capo Kering detiene il 29% attraverso la holding Artémis, ha perso da inizio anno più della metà della propria capitalizzazione di Borsa (-52%), nonostante il recupero dell’ultima settimana (+14%) proprio in ragione delle indiscrezioni di un passaggio di mano del pacchetto di maggioranza.

I potenziali acquirenti

Fra i player interessati al marchio, che a metà luglio ha siglato un accordo di sponsorizzazione record con il Manchester City per un miliardo di sterline (pari a circa 1.1 miliardi di euro) per i prossimi 10 anni (pari a 110 milioni di euro a stagione) ci sarebbero gruppi asiatici e statunitensi. Nel novero dei primi vengono citati Anta Sports Products, proprietaria di Fila e dei marchi Descente, Kolon Sport e Jack Wolfskin. La società è stata inoltre parte del consorzio che nel 2019 ha acquisito la finlandese Amer Sports Oyj (produttrice delle racchette Wilson e delle mazze da baseball Louisville Slugger) per circa 4,6 miliardi di euro. Sempre dall’Asia arriverebbe l’interesse di Li Ning, fondata nel 1990 dall’omonimo ex ginnasta cinese, produce e distribuisce calzature, abbigliamento e accessori sportivi professionali e lifestyle. Oltre al brand principale, controlla o detiene licenze di marchi come Double Happiness (tennis tavolo), Aigle (outdoor) e Kason (badminton). Ma nella partita potrebbero entrare anche fondi sovrani del Medio Oriente.

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Un comparto in difficoltà

Il settore delle calzature sportive sta attraversando una fase di difficoltà con diversi marchi storici che faticato a lanciare prodotti in grado di intercettare i gusti dei consumatori. Le nuove generazioni, infatti, stanno scegliendo brand emergenti come On Holding, New Balance e Hoka.

Nike, che nel comparto ha sempre giocato un ruolo di primo piano, ha archiviato un esercizio non brillante con un fatturato in calo del 10% a 44,7 miliardi di dollari e un utile netto in flessione del 44% a 3,2 miliardi (pari a un utile per azione di 2,16 dollari, in calo del 42%). D’altra parte le azioni per arginare l’aumento delle scorte hanno eroso i margini: nel dettaglio il margine lordo è diminuito di 190 punti base al 42,7%, principalmente a causa dei maggiori sconti, delle variazioni del mix di canali e delle maggiori riserve di obsolescenza dell’inventario, parzialmente compensate da minori costi di prodotto. Il brand americano, che fra gli altri sponsorizza anche il campione italiano Jannik Sinner, sta tentando di tornare a crescere sotto la guida del veterano Elliott Hill, grazie a nuovi modelli come la running shoe Vomero 18, ma la strada non sembra delle più agevoli.

Delle difficoltà del competitor ha provato ad approfittare Adidas, che ha recuperato slancio commerciale con le sneaker retrò Gazelle. Il gruppo ha chiuso il primo semestre con ricavi in crescita del 14% a 12 miliardi di euro, con un contributo del comparto sneakers di un +16% rispetto allo stesso periodo del 2024.

Puma, al contrario, non è riuscita a capitalizzare le difficoltà dei rivali ed è stata lenta a rilanciare modelli iconici come la Palermo, rimasta indietro rispetto al successo delle Samba di Adidas. Il gruppo tedesco è, comunque, impegnato in un percorso di rilancio sotto la guida del nuovo ceo Arthur Hoeld, ma negli ultimi anni non è riuscito a generare entusiasmo tra i consumatori e ha emesso ripetuti profit warning, l’ultimo dei quali solo il mese scorso. Si è scelto anche in questo caso, di tornare a manager cresciuti in azienda negli ultimi vent’anni e così di recente la società ha nominato Andreas Hubert, ex manager del gruppo, nuovo chief operating officer.

Le stime per il 2025

Fondata nel 1948, Puma, che impiega circa 22mila dipendenti a livello globale, ha registrato nel 2024 un utile netto di 281,6 milioni di euro su 8,8 miliardi di vendite. Per l’esercizio in corso la società tedesca prevede che le sfide sia di settore sia specifiche continueranno a incidere in misura significativa sulla performance nel 2025. Tra i fattori critici figurano il rallentamento del momentum del marchio, i cambiamenti nel mix e nella qualità dei canali distributivi, l’impatto dei dazi statunitensi e livelli elevati di scorte.

Guardando avanti, il gruppo non si attende più di conseguire la crescita dei ricavi a cambi costanti precedentemente prevista per il resto del 2025. La debolezza osservata nel secondo trimestre dovrebbe protrarsi per il resto dell’anno, con conseguente aumento delle scorte. In questo contesto, Puma ha comunicato che continuerà a lavorare per ridurre attivamente i livelli di inventario. Nonostante le misure di mitigazione già adottate – dall’ottimizzazione della supply chain agli adeguamenti di prezzo e alla collaborazione con i partner – i dazi Usa dovrebbero avere un impatto negativo stimato in circa 80 milioni di euro sull’utile lordo nel 2025.

Alla luce di tali sviluppi, la società ha rivisto al ribasso la propria guidance per l’intero esercizio: i ricavi a cambi costanti sono ora attesi in calo a doppia cifra nella fascia bassa (in precedenza era previsto un incremento a una cifra medio-bassa). Per quanto riguarda l’EBIT, il gruppo stima di registrare una perdita a livello annuale nel 2025, riflesso della contrazione dei ricavi, dei maggiori venti contrari valutari, dell’impatto dei dazi statunitensi e di ulteriori misure, incluse componenti straordinarie, per riallineare la struttura dei costi nella seconda parte dell’anno. Alla luce del taglio delle stime Puma ha inoltre rivisto i propri piani di capex: gli investimenti previsti per l’anno si attestano ora intorno a 250 milioni di euro (contro una stima precedente di circa 300 milioni).

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