Finanza alternativa

Prestiti a leva, eccesso di capitali e pochi deal giocano a favore delle imprese

Il sondaggio annuale di Clearwater svela uno scenario mai così positivo per chi chiede denaro, ma contiene anche alcuni degli elementi che hanno innescato la crisi del private credit negli Stati Uniti

di Maximilian Cellino

(Adobe Stock)

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Una quantità elevata di capitale a disposizione di banche e fondi da una parte, poche opportunità di impiego nell’economia reale dall’altra. Il cocktail che rischia di andare a traverso agli operatori del private credit negli Stati Uniti viene in realtà servito anche in Europa, dove tutti si affrettano a garantire che il mercato è diverso. Non è certo il caso di far scattare l’allarme anche su questa sponda dell’Atlantico, ma il fenomeno merita attenzione e non deve essere certo sottovalutato.

La conferma arriva dalla Debt Advisory Lender Survey 2026 realizzata da Clearwater intervistando 168 operatori, distribuiti fra banche e fondi di debito attivi sul mercato dei prestiti a leva nell’Europa Continentale e nel Regno Unito. L’inchiesta annuale condotta da una delle principali società indipendenti di corporate finance in Europa focalizzata sul mid-market rivela infatti senza mezzi termini come il mondo del leveraged finance stia progressivamente cambiando pelle.

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Europa: lo squilibrio tra domanda e offerta schiaccia i margini

Lo squilibrio fra offerta e domanda, con le casse dei grandi fondi di debito riempite grazie a un’intensa opera di raccolta che si contrappongono a una limitata presenza di operazioni straordinarie crea infatti le migliori condizioni per «un significativo spostamento verso termini più favorevoli a chi prende a prestito» in termini di leva, prezzo e flessibilità delle condizioni.

Il potere contrattuale si sta quindi progressivamente spostando nelle mani delle aziende e dei fondi di private equity in cerca delle risorse per finanziare le proprie acquisizioni e la conseguenza più immediata è stata una drastica riduzione dei profitti per chi presta denaro. «Il 69% degli intervistati in Europa - rileva Clearwater - ha registrato riduzioni dei margini e quasi la metà di questi ha riportato addirittura una contrazione superiore a 50 punti base». La compressione deriverebbe in questo caso proprio dallo «squilibrio tra offerta e domanda», causato a sua volta dalla rarefazione dei processi di M&A.

Italia: caccia aperta a pochi asset di qualità

L’Italia si inserisce in pieno nel quadro europeo, mostrando un mercato del leveraged finance «caratterizzato da fondamentali solidi - sottolinea Michele Castiglioni, associate partner e head of debt advisory di Clearwater Italia, società attiva nel comparto da circa 6 anni che annovera circa 30 operazioni chiuse per un controvalore di oltre 1,3 miliardi di euro - ma anche da una competizione crescente tra operatori e da una progressiva evoluzione verso strutture di finanziamento più flessibili». Nel nostro Paese la sfida per chi è impegnato ad allocare denaro appare tuttavia ancora più complessa, con un contesto di mercato «caratterizzato da una crescente pressione competitiva».

La dinamica particolare è in tal caso legata alla presenza sul mercato nazionale di nuovi operatori «talvolta disposti ad assumere livelli di rischio più elevati e a concedere condizioni più borrower-friendly pur di assicurarsi opportunità di investimento» conferma Castiglioni. A questo si aggiunge poi un contesto «caratterizzato da un numero di operazioni con fondamentali particolarmente solidi relativamente limitato rispetto ad altri periodi storici». In altre parole, sono presenti molti capitali pronti a essere investiti, ma poche aziende oppure operazioni rilevanti su cui puntare: un effetto scarsità che permette alle imprese italiane di qualità di ottenere condizioni migliori, non solo sui tassi ma anche sulle strutture, con le banche e i fondi di debito pronti a offrire maggiore flessibilità pur di assicurarsi il cliente.

La sfida tra Banche e Fondi di Debito

In un ambiente così favorevole per chi prende a prestito, la scelta del partner finanziario diventa strategica e a tal proposito si nota «una distinzione piuttosto chiara tra il modello operativo delle banche e quello dei fondi di debito». Se gli istituti di credito mantengono infatti un approccio più prudente e continuano a operare attraverso processi di approvazione più strutturati e multilivello, i fondi risultano mediamente più rapidi nel prendere decisioni di investimento e più flessibili nel definire termini e strutture delle operazioni: un elemento che contribuisce secondo Clearwater «a rafforzare il loro ruolo competitivo nel mercato, in particolare come partner ideale per i fondi di private equity».

Verso il 2026: cosa aspettarsi

In prospettiva, la situazione non sembra destinata a cambiare in modo significativo. «Anche in Italia - assicura Castiglioni - la combinazione tra forte disponibilità di capitale da parte dei finanziatori e volumi di operazioni di qualità ancora relativamente contenuti potrebbe continuare a sostenere condizioni di finanziamento competitive nel breve termine». Per gli operatori italiani ed europei, il 2026 rappresenta dunque una finestra tattica ideale per rifinanziare il debito esistente, in particolare per le operazioni con un vintage ormai superiore a 4-5 anni e per le quali non si intravede un’exit nel breve termine, o per trovare denaro per nuove acquisizioni a costi e soprattutto condizioni impensabili fino a pochi anni fa. Fondamentale però sarà l’attenzione a non ripetere gli errori che stanno mettendo in difficoltà i loro concorrenti negli Stati Uniti.

Riproduzione riservata ©
  • Maximilian Cellino

    Maximilian CellinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese, tedesco

    Argomenti: Mercati finanziari, politiche monetarie, risparmio gestito, investimenti, fonti alternative di finanziamento, regolamento del sistema finanziario

    Premi: Premio State Street 2017 per il giornalista dell'anno - Categoria Innovazione

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