Outlook 2023

Materie prime, dopo il grande esodo la volatilità è l’unica certezza

Con l'aggressione russa all’Ucraina un temibile cigno nero si è abbattuto sui mercati, innescando reazioni a catena che non si sono ancora concluse e di cui è difficile anticipare l'esito finale

di Sissi Bellomo

: “Necessario calmierare prezzi. Aumento costi non devono pagarli consumatori”

4' di lettura

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Guerra in Ucraina e sanzioni contro la Russia, misure anti Covid in Cina, politiche monetarie e rischio recessione. Per le materie prime (e non solo) il 2022 è stato un anno denso di incognite e imprevisti, che hanno provocato violente oscillazioni di prezzo. E anche quest'anno l'unica certezza sembra essere la volatilità, destinata a proseguire.

Ogni altra previsione degli analisti è condizionata da premesse aleatorie e lo scenario potrebbe cambiare da un giorno all’altro in caso di svolte - anche solo percepite - sul fronte militare e geopolitico, nell'approccio di Pechino alla lotta contro il virus e nell'azione delle banche centrali a contrasto dell'inflazione.

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È comunque difficile immaginare un anno ancora più vorticoso di quello appena concluso, soprattutto (ma non solo) per le commodities energetiche. Fino all’invasione dell’Ucraina, avvenuta il 24 febbraio scorso, nessuno aveva mai immaginato la perdita di forniture dalla Russia, uno dei maggiori produttori globali non solo di gas, ma anche di petrolio, carbone, metalli industriali, grano e fertilizzanti. Eppure è successo. Un temibile cigno nero si è abbattuto sui mercati, innescando reazioni a catena che non si sono ancora concluse e di cui è difficile anticipare l’esito finale.

Processo di adattamento lungo e oneroso

Un processo di adattamento è già cominciato: domanda e offerta stanno reagendo, sulla spinta di rincari e decisioni politiche, mentre le rotte commerciali vengono ridisegnate, con l’Asia che assorbe materie prime un tempo destinate all’Europa e “libera” forniture di altra origine mettendole a disposizione del Vecchio continente. Ma è un processo lungo e oneroso, che potrebbe continuare per anni prima di trovare un assestamento. E il pericolo di carenze e ulteriori impennate dei prezzi è tutt’altro che scomparso dall’orizzonte. Tra un mese esatto, il 5 febbraio, la Ue smetterà di importare anche i carburanti dalla Russia, completando l’embargo avviato due mesi prima con il greggio. E se Mosca non fermerà l’aggressione contro l’Ucraina è probabile che ci saranno ulteriori sanzioni, forse anche contro l’industria metallurgica, che finora è stata risparmiata. L’impatto potrebbe essere pesante, visto che la Russia è tra i maggiori produttori mondiali di nickel, alluminio e rame.

Incombe il price cap sul gas

Nel frattempo sul fronte del gas dovrebbe entrare in vigore il “price cap”, a partire dal 15 febbraio: misura che punta ad arginare i rincari sui mercati europei, ma che rischia di provocare effetti collaterali dannosi. Ad esempio prosciugando ulteriormente le liquidità sulle borse dei derivati.

Non è un problema irrisorio. Anche perché gli operatori sono già da tempo in fuga dai mercati delle materie prime, divenuti sempre più pericolosi e dunque più costosi, a causa delle esorbitanti richieste di integrazione dei margini di garanzia. È un circolo vizioso, che non riguarda soltanto il gas: più i prezzi sono volatili più gli investitori tendono ad allontanarsi dal mercato o quanto meno a ridurre l’esposizione, ma se la liquidità diminuisce la volatilità diventa ancora più accentuata.

L’esodo dai mercati delle materie prime

Tra le infinite pecularità del 2022 c’è anche questa: un esodo senza precedenti dai mercati delle materie prime, da cui sono stati ritirati ben 129 miliardi di dollari, calcola Jp Morgan (con dati al 15 dicembre). Le posizioni aperte sul petrolio Wti sono scese ai minimi dal 2014, fa notare Bloomberg, dopo che i margini di garanzia si sono spinti fino a un picco di 12mila dollari: livelli estremi toccati in passato solo nel 2020, mentre le quotazioni del barile crollavano sotto zero. La liquidità si è prosciugata, ai minimi dal 2008, anche per il grano al Cbot e per il nickel al London Metal Exchange, dove è difficile cancellare lo shock di marzo, con rialzi vertiginosi e la successiva, contestatissima cancellazione di trade da parte della Borsa.

Le materie prime ormai scottano per chiunque, anche per giganti del trading come Trafigura, che ha visto quintuplicare il Value-at-risk (VaR, in pratica le potenziali perdite in un giorno) a una media di 244 milioni di dollari nei sei mesi fino a marzo 2022. Per Goldman Sachs il VaR si è impennato a 63 milioni nel secondo trimestre, un record almeno dal 2001 e oltre il doppio dei livelli raggiunti nel 2020 quando i mercati tremavano a causa del Covid.

In teoria le commodity hanno ancora le carte in regola per attirare gli investitori: nel 2022 si sono confermate la miglior asset class, con un rialzo di oltre il 20% dei principali indici, come l’S&P GSCI (che nel 2021 aveva già guadagnato il 42%). Molti analisti sono convinti che la performance sarà positiva anche nel 2023, con aumenti potenzialmente di nuovo a doppia cifra percentuale: Goldman - tra i più rialzisti - scommette addirittura su un +43%, legato all'insufficiente sviluppo di nuove miniere e giacimenti, che provocherà carenze di offerta. È comunque opinione diffusa che le oscillazioni dei prezzi continueranno ad essere molto accentuate, come già nel 2022.

Un altro anno ad alta volatilità

Basta un’occhiata ai grafici per rendersi conto del livello di volatilità raggiunto, nell’arco di ogni singola seduta, ma anche nel corso dell’anno: dopo l’invasione russa in Ucraina le quotazioni di molte commodities si erano spinte a record pluriennali, ma gran parte dei rialzi sono rientrati nei mesi successivi. E diverse materie prime hanno addirittura concluso l’anno con una performance negativa: tra queste anche l’alluminio, il rame, il palladio e l’oro, che pure dovrebbero essere sensibili al “rischio Russia”. L’allarme sull’offerta per ora sembra essere stato accantonato, o meglio sovrastato da altri fattori, tra cui la stretta sui tassi d’interesse, la forza del dollaro, le attese di recessione, ma anche le prolungate chiusure anti-Covid in Cina. «Sul finire dell’anno le preoccupazioni per la domanda sono subentrate al posto di guida - sintetizza Ing - ma il 2023 sarà un altro anno d’incertezza, con tanta volatilità».

Sulla stessa linea Citi, secondo cui nel nuovo anno «le materie prime si confronteranno con sfide enormi, vista l’abbondanza di incertezze su crescita, inflazione, dollaro Usa, nonché i minori investimenti e flussi commerciali, tutti fattori chiave per la domanda».

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