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Le star di Hollywood contro la fusione fra Warner e Paramount

Mille star, da Ben Stiller a Jane Fonda, contro il deal che porterà Warner Bros Discovery a essere acquisita dalla società guidata da David Ellison

di Andrea Biondi

 REUTERS

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Un blocco trasversale che, con una lettera aperta, prende posizione contro quella che viene percepita come una grande minaccia per un settore media statunitense «già sottoposto a forte pressione».

Si è mosso il cuore di Hollywood contro l’operazione da 111 miliardi di dollari che è attesa portare Warner Bros Discovery fra le braccia di Paramount Skydance. Fra attori, registi, sceneggiatori, produttori si contano più di mille firme. Da Glenn Close a Ben Stiller, da Jane Fonda a Joaquin Phoenix, passando per Denis Villeneuve, Yorgos Lanthimos, Kristen Stewart e JJ Abrams. Tutti schierati contro un’operazione che, nelle intenzioni di David Ellison, ceo di Paramount Skydance, dovrebbe creare un campione globale dei contenuti. E che invece, per una parte crescente di Hollywood, rischia di trasformarsi nell’ennesimo colpo di maglio su un settore già dimagrito da licenziamenti, streaming in affanno e budget sempre più selettivi.

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La lettera aperta pubblicata sul sito web “Block the Merger” non usa mezzi termini. Dietro la ribellione delle star c’è la paura che il consolidamento diventi sinonimo di tagli, duplicazioni, centralizzazione delle decisioni, desertificazione dei progetti di fascia media.

Dal punto di vista industriale, l’operazione nasce dopo una lunga fase negoziale che ha visto Paramount prevalere su Netflix nella corsa a Warner Bros Discovery. L’obiettivo dichiarato è la creazione di un gruppo integrato capace di competere su scala globale, mettendo insieme asset complementari: studios, piattaforme streaming, reti televisive e canali via cavo.

È su questo terreno che si inserisce la replica di Paramount Skydance. La società, in risposta alla lettera aperta delle star di Hollywood, descrive il deal come in grado di «unire in modo unico punti di forza complementari per creare un’azienda in grado di dare il via libera a un maggior numero di progetti, sostenere idee audaci, supportare i talenti in tutte le fasi della loro carriera e portare storie a un pubblico di portata veramente globale». Una posizione, questa, che insiste sulla necessità di operatori solidi e capitalizzati in una fase di profonda trasformazione del mercato. Va detto che Ellison ha comunque promesso di mantenere Paramount e Warner come studi separati e di arrivare a 30 film all’anno destinati alle sale. Hollywood però non sembra più disposta a fidarsi sulla parola e guarda piuttosto al nodo occupazionale e produttivo. Paramount ha, del resto, già riconosciuto la presenza di sovrapposizioni operative che potrebbero tradursi in tagli.

Nel frattempo la politica e i regolatori osservano. In Uk è atteso l’avvio di un’indagine antitrust e negli Usa il dossier è evidentemente sensibile anche sul piano istituzionale, con la vicinanza asserita fra la famiglia Ellison – che in questa operazione fa tandem con Gerry Cardinale e la sua RedBird – con il presidente Usa Donald Trump. E di fondo non è solo una questione di concorrenza, ma anche e soprattutto di equilibrio complessivo di un settore che vale miliardi e incide sulla produzione culturale globale.

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