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Netflix si sfila, ora Warner Bros Discovery va dritta verso Paramount Skydance

Il colosso dello streaming, che aveva quattro giorni per rilanciare sulla proposta di Paramount ritenuta «superiore» da Wbd: «L’accordo non è più finanziariamente attraente». A pesare la vicinanza (e la preferenza) del presidente Trump alla famiglia Ellison, proprietari di Paramount

di Andrea Biondi

Il logo Paramount

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Alla fine, il colpo di scena ha il suono secco di una porta che sbatte. Netflix esce dalla stanza delle trattative e, così facendo, libera il corridoio: Paramount Skydance resta praticamente da sola a puntare Warner Bros Discovery, con un’offerta che il consiglio del gruppo guidato da David Zaslav ha già bollato come «proposta superiore». E il mercato, come spesso accade, non fa filosofia: fa percentuali. Titolo Netflix in salto nell’after hours, investitori felici di vederla rinunciare a uno dei dossier più pesanti - e più rischiosi - della storia recente dei media.

La resa è scritta in una dichiarazione che ha l’aria di una lezione di disciplina finanziaria recitata con voce ferma: «L’operazione che abbiamo negoziato avrebbe creato valore per gli azionisti con un percorso chiaro verso l’approvazione normativa. Tuttavia, siamo sempre stati disciplinati e, al prezzo richiesto per eguagliare l’ultima offerta di Paramount Skydance, l’accordo non è più finanziariamente attraente, quindi ci rifiutiamo di adeguarci all’offerta di Paramount Skydance».

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Il messaggio è chiaro: per arrivare a pareggiare quei 31 dollari ad azione messi sul tavolo da Paramount-Skydance, Netflix avrebbe dovuto spingersi oltre il limite che si era data. E non lo fa. Non adesso. Non con l’ombra dell’antitrust a incombere su un’operazione che, già solo a immaginarla, avrebbe fatto tremare uffici legali e regolatori su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Il paradosso è che la rinuncia arriva mentre il co-ceo di Netflix, Ted Sarandos, era a Washington per spingere sull’amministrazione Trump, nel tentativo di convincere funzionari e decisori che il matrimonio con Warner fosse pulito, digeribile, approvabile. Quattro giorni lavorativi erano lì, scritti sul calendario: tempo fino a mercoledì 4 marzo, 23:59 ET per rilanciare. Invece, lo strappo è immediato: meno di due ore dopo la mossa di Warner, Netflix chiude il quaderno.

Non è trascurabile in tal senso proprio il mood registrato nei palazzi del potere. La vicinanza della famiglia Ellison al presidente degli Stati Uniti è debordata in alcuni momenti in una sorta di appoggio - anche se smentito in varie occasioni - ma altrettanto non derubricabile sarà sicuramente stata, da ultimo, la presa di posizione dell’inquilino della Casa Bianca che ha puntato il dito contro Susan Rice, ex consigliera di Obama e board members di Netflix.

Accanto al dato politico, dietro le quinte i numeri raccontano una battaglia vera. Netflix aveva firmato a dicembre un accordo da 27,75 dollari ad azione, valutazione complessiva vicina agli 83 miliardi di dollari (debito incluso). Poi Paramount Skydance ha alzato la posta: non un pezzo, ma tutta Wbd, con dentro Hbo, Cnn, le reti via cavo e l’ossatura di uno studio che a Hollywood pesa come un cognome. L’ultima offerta, presentata il 24 febbraio, porta la valutazione a circa 111 miliardi. Non solo: più garanzie, più penali, più assicurazioni.

La proposta Paramount-Skydance infatti è un pacchetto con i bordi rinforzati: una commissione di 0,25 dollari ad azione per ogni trimestre di ritardo oltre fine settembre; una penale regolatoria da 7 miliardi se l’affare si schianta contro le autorità; e perfino l’impegno a coprire la termination fee da 2,8 miliardi che Warner dovrebbe versare a Netflix per rompere l’intesa di dicembre.

Netflix prova a salvare la faccia senza fare la guerra: ringrazia, elenca i nomi, ribadisce il profilo “sano” dell’azienda e torna a parlare la lingua che le è più comoda: catalogo, crescita organica, investimenti, buyback. «Quest’anno investiremo circa 20 miliardi di dollari in film e serie di qualità e amplieremo la nostra offerta di intrattenimento. Riprenderemo anche il nostro programma di riacquisto di azioni».

E Paramount-Skydance? Per David Ellison - 43 anni, già rafforzato dalla fusione della sua Skydance con Paramount che gli ha consegnato studio, streaming e reti come Cbs e Mtv - questa è la strada larga. In questi mesi, la campagna è stata “multipla”: offerta privata, tender offer, minaccia di proxy fight, pressione su regolatori e politici, viaggi a Washington. E soprattutto un dettaglio che, a Hollywood, suona come una garanzia di sceneggiatura: garanzie personali su oltre 40 miliardi di equity da parte del padre Larry Ellison, co fondatore di Oracle, uno degli uomini più ricchi del mondo.

Ora resta il passaggio più delicato: le approvazioni. Paramount ha sostenuto che il suo disegno sarebbe visto meglio dai regolatori rispetto a un’operazione con Netflix; il colosso di Los Gatos ha replicato accusando l’avversario di «aver travisato il processo di revisione normativa». Ma intanto la scena è cambiata: l’asta, che pareva destinata a una nuova escalation, si sgonfia di colpo. E ora Paramount Skydance sente l’odore del traguardo.

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