La crisi nel Mar Rosso e i rischi di inflazione che i mercati non vedono
I mercati scontano inflazione in calo e banche centrali pronte a tagliare i tassi a marzo. Ma la crisi nel Mar Rosso può cambiare le carte in tavola
di Morya Longo
2' di lettura
2' di lettura
A volte sembra che i mercati finanziari si innamorino delle storie che amano raccontarsi. E facciano fatica a porsi dei dubbi. Così, proprio nel giorno in cui l’escalation bellica sul Mar Rosso aumenta il rischio che l’economia globale rallenti più del previsto e che l’inflazione salga più delle attese, i mercati che fanno? Festeggiano il calo dell’indice dei prezzi alla produzione negli Stati Uniti e rendono ancora più aggressive le previsioni sui tagli dei tassi da parte della Fed e della Bce: venerdì il mercato è arrivato a stimare una riduzione del costo del denaro negli Stati Uniti già a marzo con una probabilità del 90%, contro il 75% del giorno precedente. I mercati, insomma, continuano a prevedere che l’inflazione prosegua il suo cammino al ribasso e che l’economia rallenti dolcemente. Il Mar Rosso è solo rumore di fondo.
L’importanza del Mar Rosso
Ma sarà davvero così? Qualche dubbio è lecito. Dal Mar Rosso passa il 12% del commercio globale e il 33% del traffico mondiale di container: i problemi su quella tratta qualche impatto sul commercio e sulla crescita potrebbero averlo. L’escalation bellica rischia inoltre di sostenere l’inflazione: riporta l’Ispi che nella prima settimana di gennaio 2024 l’indice composito di Drewry per i container (World Container Index) è aumentato del 61%. Se le merci costano di più, allora i prezzi al consumo potrebbero tornare a salire. O almeno smettere di scendere. E il problema si acuirebbe se il prezzo del petrolio continuasse a salire.
Se si conta inoltre che anche il Canale di Panama è in panne per colpa della siccità, consentendo un traffico navi del 66% rispetto al normale, il problema diventa ancora più globale. E qui veniamo al punto: la realtà dei fatti potrebbe discostarsi dalla narrazione che va per la maggiore sui mercati. Loro prevedono l’atterraggio morbido dell’economia e inflazione in calo, ma la realtà potrebbe alla fine essere un po’ meno rosea di così.
Lo specchio di aspettative e realtà
I mercati però restano sereni. Ricordano bene cosa accadde dopo i lockdown, quando i problemi nelle catene globali delle forniture si tradussero in una fiammata inflattiva. Ma proprio il confronto con il 2021 li fa stare oggi tranquilli: se dopo il Covid l’economia si era ripresa velocemente, la domanda era cresciuta, le famiglie avevano accumulato risparmi e i Governi avevano elargito denaro (tutte condizioni che hanno favorito l’inflazione), oggi la situazione è ben diversa. L’economia infatti frena e gli extra-risparmi accumulati durante la pandemia sono ormai quasi finiti. Per cui tanti pensano che non ci sarà una fiammata inflattiva paragonabile a quella vista dopo i lockdown. Perché le condizioni sono ben diverse.
E questo è vero, certo. Ma il punto è un altro: non serve che l’inflazione esploda come allora per creare problemi ai mercati. Basta semplicemente che il costo della vita scenda meno di quanto auspicato. Basta un rigurgito inflattivo, uno zero virgola, per convincere le banche centrali a ritardare i tagli dei tassi e per deludere le aggressive aspettative dei mercati. Basta poco per frenare gli entusiasmi. E per portare nuove nubi sui cieli di Borse e bond.



