L’anno nero delle Ipo: il crollo a Wall Street (-80%) guidato dal settore tech
Solo 64 Ipo di valore superiore ai 50 milioni di dollari in questo 2022. Lo scorso anno era stato record. Pesano recessione e timori geopolitici
di Biagio Simonetta
3' di lettura
I punti chiave
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La parola d’ordine sembra essere: “stai lontano dal mercato”. O almeno questo lasciano intendere i numeri, che raccontano un 2022 da record, in negativo, per quanto riguarda le nuove Ipo. Le offerte pubbliche iniziali, dopo il boom dello scorso anno, sono crollate, facendo registrare un clamoroso -80% secondo i dati raccolti da Renaissance Capital. E viaggiano a ritmi talmente bassi che serve uno sforzo di memoria importante per trovare qualcosa di simile. Per esempio il biennio 2008-2009, quello della crisi dei subprime. Anche se la situazione attuale sembra ancora più pesante. La flessione del mercato azionario, spinta da inflazione, rischi geopolitici e segnali di recessione, sta giocando un ruolo chiave, scoraggiando fortemente investitori e società con progetti di quotazione.
I dati
I numeri dicono che in questo 2022, a Wall Street, le Ipo di valore pari o superiore ai 50 milioni di dollari sono appena 64. E se è vero che l’anno deve ancora chiudersi, è quantomeno inverosimile aspettarsi ribaltoni. Un crollo verticale dal record dello scorso anno, quando sugli stessi parametri le offerte pubbliche iniziali nel mercato statunitense furono 397 e gonfiarono una bolla pronta ad esplodere. Ma c’è distanza anche rispetto alle 221 offerte del 2020. E l’emorragia dei numeri si riflette anche sulle cifre, con proventi raccolti sul mercato pari a 6,5 miliardi, contro i 142 dell’anno scorso. Un indicatore quasi violento di quanto sia pessima l’aria che tira nei mercati.
La crisi dei tecnologici
Ma c’è una crisi nella crisi, che si manifesta con ancora maggiore evidenza. Ed è quella dei titoli tecnologici. Big Tech, che per circa un ventennio ha fatto la fortuna degli orsi di Wall Street, è in un momento molto delicato della sua storia. Nasdaq 100 ha perso oltre 5 trilioni di dollari da inizio anno, facendo registrare un passivo superiore al 33%. Peggio di S&P 500, per esempio, che per ora si ferma al -24%. Aziende del calibro di Netflix, Meta e Nvidia, hanno lasciato per strada oltre la metà della loro capitalizzazione di mercato dall’inizio dell’anno, accumulando perdite da centinaia di miliardi e ponendo davanti a una crisi identitaria l’intero settore digital, troppo volatile per resistere alle spallate del mercato orso. Tutto questo, ovviamente, si è trasformato in una massiccia dose di incertezza per le aziende tecnologiche con velleità azionarie. Tanto che a Wall Street, una Ipo del settore tecnologico con valore superiore ai 50 milioni di dollari, manca da oltre 250 giorni, superando i precedenti record stabiliti all’indomani della crisi finanziaria del 2008 e del crollo delle dotcom dei primi anni 2000, secondo una ricerca di Morgan Stanley.
Chi rimanda e chi ci prova
È lungo l’elenco delle società che in questo 2022 avrebbero dovuto debuttare in borsa e invece hanno deciso di rimandare i piani a tempi migliori. E va dalla scelta di SoftBank sul colosso dei chip Arm fino a quella di Intel per Mobileye (che proprio in questi giorni ha però presentato domanda alla Sec), passando per tutta una serie di startup come MobiKwik, boAt, Oyo Hotels and Homes, Snapdeal, Droom. Nella maggior parte dei casi, le ragioni del rinvio sono riconducibili alla flessione del mercato azionario e all’incertezza globale alimentata dai problemi energetici. C’è però chi ha scelto di proseguire per la sua strada, probabilmente conscio che le dinamiche esterne possano intaccare solo parzialmente il suo successo. Il caso più eclatante è quello di Porsche, la cui Ipo è avvenuta lo scorso 29 settembre e ha riscosso un certo successo. Volkswagen, quotando Porsche, ha deciso di sfidare la volatilità dei mercati, e ha portato a termine quella che di fatto è la più grande offerta pubblica iniziale europea da un decennio.


