La strategia

Intel in crisi tenta il rilancio: Goldman Sachs e Morgan Stanley in aiuto

Titolo ai minimi dal 2013, conti in profondo rosso: il Ceo Gelsinger cerca la svolta. Discussioni in corso sul futuro delle fonderie

di Biagio Simonetta

3' di lettura

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Le banche d’affari in soccorso di Intel, alle prese con una crisi ormai troppo lunga e preoccupante. È questa l’ultima indiscrezione in arrivo dagli Stati Uniti, dove il colosso dei semiconduttori cerca una via d’uscita al periodo più buio dei suoi oltre cinquant’anni di storia.

La società di Santa Clara (California) avrebbe chiesto aiuto a Morgan Stanley e Goldman Sachs per ritrovare il bandolo della matassa. Più precisamente, per individuare alcune exit strategy da proporre già alla prossima seduta del consiglio di amministrazione in programma a settembre. Secondo l’agenzia Bloomberg, l’azienda guidata da Pat Gelsinger sta discutendo vari scenari, tra cui lo scorporo delle attività di progettazione e produzione dei suoi prodotti (semiconduttori). Starebbe inoltre vagliando l’ipotesi di interrompere la costruzione di alcune fabbriche. Morgan Stanley e Goldman Sachs Group, dal canto loro, pare stiano fornendo consulenza anche su eventuali operazioni di fusione o acquisizione.

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La decisione di Intel di affidarsi alle banche d’affari per rilanciare il suo business – scelta che la società non ha voluto confermare – sembra dettata dall’urgenza di invertire un trend negativo che ha portato il titolo ai minimi dal 2013, dopo che il mese scorso è arrivata una pesante relazione sugli utili. E dopo che sono filtrate le prime indiscrezioni sui colloqui in corso, le azioni di Intel hanno invertito bruscamente la rotta, guadagnando oltre il 7% a Wall Street. Un lumicino che si è riacceso, dato che – da inizio anno – le azioni del produttore di Santa Clara sono crollate del 60%, a fronte di un settore, quello dei chip, che ha regalato guadagni medi del 20%.

Il balzo in Borsa, nonostante non sembri imminente alcuna mossa e le discussioni con le banche siano alle fasi iniziali, evidenzia come attorno a Intel ci sia una certa attenzione. La società di Gelsinger è da anni ai vertici del mercato dei semiconduttori, ma sembra aver perso smalto per alcune scelte che il mercato ha punito pesantemente.

I chip per i dispositivi mobili (di cui Qualcomm è diventata in pochi anni la grande leader) e quelli per l’intelligenza artificiale (con la fuga in avanti di Nvidia) sembrano due treni che Intel non è stata in grado di intercettare in tempo. E anche l’operazione sul lungo periodo di costruire delle “foundry” che smarchino l’azienda da dipendenze terze (si legga Taiwan), nell’immediato non ha sollevato entusiasmo tra gli investitori. Da qui la decisione di intervenire sulla struttura dell’azienda.

Ad oggi, una separazione ed eventuale vendita della divisione fonderia di Intel, destinata alla produzione di chip per clienti esterni, sarebbe un vero e proprio cambio di strategia. Anche perché Gelsinger considera l’attività come fondamentale per ripristinare la posizione di Intel tra i produttori di chip. Anche se competere con TSMC, in questo momento, sembra una montagna altissima da scalare (a patto che la situazione a Taiwan rimanga tranquilla). Per questo è più probabile che Intel compia un passo meno drastico prima di arrivare alla dismissione delle foundry. Ad esempio sospendendo alcuni piani di espansione troppo rischiosi.

Il tempo a disposizione di Gelsinger sta comunque scadendo. Invertire la rotta è diventata un’urgenza. Il ceo sta tentando di espandere la rete di fabbriche nel momento in cui le vendite si sono ridotte. E finanziariamente è un corto circuito preoccupante. Intel ha subito una perdita netta di 1,61 miliardi di dollari nell’ultimo trimestre e gli analisti prevedono un ulteriore rosso per il prossimo anno. La ristrutturazione sembra inevitabile.

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