Identità territoriale e sostenibilità: ecco i ristoranti dove la selvaggina è al centro del menu
Carni pregiate e selezionate, lavorazioni, frollature, affumicature e fermentazioni sapientemente artigianali, ricette tradizionali e cotture ancestrali ma al tempo stesso innovative: sempre più ristoranti danno nuova vita alla tradizione della selvaggina
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I punti chiave
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In Italia la selvaggina rappresenta un patrimonio gastronomico di grande ampiezza, che oggi assume ancora più valore in un mercato della carne in trasformazione e sempre più attento alla sostenibilità. Alla crescita dell’interesse verso prodotti naturali si affiancano dati significativi: secondo Coldiretti, la popolazione di cinghiali supera il milione di esemplari; il capriolo occupa il 64% delle province, con una stima di 456 mila capi, in aumento; e poi cervi e daini, rispettivamente 70mila e 20mila esemplari. La lepre europea e la lepre bianca, entrambe cacciabili secondo la legge 157/1992, mantengono un ruolo importante nella tradizione venatoria.
Questa disponibilità diffusa si combina con un trend che vede la selvaggina emergere come risorsa di qualità: un segmento che in Europa vale ancora solo il 2-4% dei consumi totali di carne, ma che beneficia di un crescente interesse grazie alle sue caratteristiche nutrizionali superiori con proteine al 21–26% e grassi spesso inferiori al 3-4%.
La filiera venatoria, se guidata da modelli di gestione efficaci e scientificamente provati, può quindi trasformare un bisogno ecologico - il controllo della fauna - in una leva economica ad alto valore aggiunto, capace di generare prodotti di eccellenza: tagli pregiati, lavorazioni artigianali, salumi storici e ricette identitarie. È una prospettiva che punta non soltanto a valorizzare la qualità delle carni, ma anche a consolidare una cultura venatoria moderna, fondata sul rispetto dell’ambiente, monitoraggio e salvaguardia delle popolazioni selvatiche.
Sono molti i ristoranti italiani per cui la selvaggina è il fiore all’occhiello, ecco una piccola selezione.
Grow
Per capire quanto la selvaggina sia una nuova frontiera di sperimentazione, sostenibilità e rispetto della materia prima piuttosto che un residuo della polverosa tradizione (come qualche luogo comune potrebbe far pensare) basti citare l’anno di nascita di Matteo e Riccardo Vergine, fratelli rispettivamente in cucina e in sala del Grow di Albiate, in Brianza: 1997 e 1994. Il ristorante ha da subito puntato tutto sulla selvaggina, con cotture essenziali e rigorose. Nel 2022 ha acceso i fornelli, o sarebbe meglio dire le braci, ma governate su più livelli e con legni selezionati, per non stancare e coprire, per non far assomigliare tra loro le pietanze; un anno dopo ottiene la stella verde e nel 2024 quella rossa. Lo chef è anche stato Michelin Young Chef Awards per il 2025. La filosofia del locale - elegante e sobrio anche negli arredi contemporanei, lontani dall’immaginario collettivo della caccia e discreto nella collocazione, “nascosto” in una tradizionale corte lombarda - si ispira allo stile trappeur, fatto di essenzialità, natura e cottura sul fuoco. Per tutto l’anno propone una carta a base di selvaggina frutto di caccia e pesca sostenibile, con variazioni di menù a seconda della stagione. Qualche esempio? Bresaola di cervo e chips di grano saraceno; coscetta di fagiano affumicata, erbette e crema di mais; petto al fieno cotto alla brace, cicoria e arachidi; daino in cera d’api, miele, noci ossidate, erbe di campagna, tortino salato alle erbe.
Quella di Grow è una modernità che però rifugge dal caos della città, che affonda le radici nell’essenziale e che si ciba di tempo: dal saper attendere la terra nella sua stagionalità sia per la caccia che per l’orto, che i due fratelli curano a pochi metri dal loro locale, a quello delle frollature (con cera d’api a rallentare l’ossidazione) e delle fermentazioni (ad esempio per i garum, antica salsa liquida a base di pesce fermentato, utilizzata già dai Romani come condimento per esaltare il sapore dei piatti) e delle conserve. Grow propone anche grow.pop un menù dove con una cifra contenuta è possibile godere di un’esperienza culinaria stellata, con un servizio che ne permetta la degustazione anche nel breve tempo di una pausa pranzo (dal martedì al venerdì 2 portate con caffè acqua e servizio a 25 euro, 30 con il dessert)















