Norme europee

L’hamburger potrà continuare a essere vegano, ma la bistecca è solo di carne: la decisione a metà della Ue sul meat sounding

I termini più strettamente legati alla carne non potranno essere usati per i prodotti plant based, ma sono previste eccezioni come ad esempio per salsiccia, nuggets o polpette

di Emiliano Sgambato

Aggiornato il 6 marzo 2026 alle 15.50

I prodotti Plant based conquistano gli italiani

5' di lettura

English Version

5' di lettura

English Version

Alla fine è stato trovato un compromesso - per così dire, salomonico - che rischia di fare ancora più confusione e scontentare un po’ tutti. Stiamo parlando del cosiddetto “meat sounding”, cioè della possibilità di chiamare con nomi legati al mondo animale preparati con ingredienti vegetali (“plant based”). Il cosiddetto “Trilogo Ue” (un organismo di raccordo tra Commissione, Consiglio e Parlamento, ndr) ha concordato una lista di 31 termini che non potranno più essere utilizzati per le alternative vegetali all acarne, che solo in Italia valgono oltre 600 milioni di euro di vendite.

Tra questi figurano denominazioni associate agli animali, come “pollo”, “manzo” o “maiale”, nonché nomi di specifici tagli di carne come “petto” e “bacon”; anche i termini “bistecca” e “fegato” sono stati inclusi nella lista di restrizioni durante i negoziati. Termini di uso comune, invece, come “burger”, “salsiccia”, “nuggets” resteranno consentiti.

Loading...

Prodotti di questo tipo, con nomi come “hamburger di soia”, sono già da anni sul mercato, ma anche sull’onda dell’allarme causato dal possibile (e tale rimasto, per ora) arrivo della carne artificiale nei nostri supermercati, si è aperto il dibattito (soprattutto legislativo, a dire il vero, dato che il famoso “uomo della strada” o la “celeberrima casalinga di Voghera”, pare che ben sappiano distinguere il manzo o il maiale dalla soia e dai piselli, indipendentemente da quello che c’è scritto sulla confezione (e sui burger di soia non si può scrivere del resto burger di manzo, e viceversa).

Cosa prevede l’accordo del Trilogo

Sta di fatto che per stabilire che gli hamburger si possano chiamare così solo se frutto della macellazione di qualche animale hanno provato a legiferare diversi paesi e poi anche l’Unione Europea, ma con alcuni cambiamenti di rotta nel complesso iter del governo continentale (neppure oggi arrivato, comunque, alla fine).Nell’autunno dello scorso anno, l’orientamento sembrava “proibizionista”: basta “finti” nuggets e salsicce farcite di legumi. Invece, dopo pochi mesi ecco il compromesso: il “meat sounding” sarà vietato sì, ma non per tutti i termini, solo quelli più strettamente legati alla carne come “filetto” o “fegato”. Hamburger e nuggets veg sì, quindi, ma non coscia ai semi di bambù e bistecca o costine di tofu.

È il risultato dell’accordo tra Consiglio, Commissione e Parlamento Ue all’interno della più ampia riforma del regolamento sull’Organizzazione comune dei mercati agricoli (Ocm) proposta «per rafforzare la posizione contrattuale degli agricoltori nella filiera». Tra le altre cose, l’accordo introduce una definizione del termine “carne” come “parti commestibili di animali” e dunque specifica che nomi come “bistecca”, “filetto” o “fegato” debbano essere riservati ai prodotti contenenti carne ed escludere i prodotti coltivati in laboratorio (ancora lontani da venire).

L’intesa ”tutela” i termini manzo, vitello, maiale, pollame, pollo, tacchino, anatra, oca, agnello, montone, ovino, caprino, coscia, filetto, controfiletto, fianco, lombo, bistecca, costine, spalla, stinco, braciola, ala, petto, fegato, coscia, petto, costata, T-bone, scamone e pancetta. «Tali termini sono riservati esclusivamente ai prodotti a base di carne e non possono quindi essere utilizzati per prodotti che non contengono carne, come ad esempio quelli ottenuti da colture cellulari», precisa una nota del Consiglio.
Ecco l’elenco in inglese dei nomi vietati: Beef; Veal; Pork; Poultry; Chicken; Turkey; Duck; Goose; Lamb; Mutton; Ovine; Goat; Drumstick; Tenderloin; Sirloin; Flank; Loin; Ribs; Shoulder; Shank; Chop; Wing; Breast; Thigh; Brisket; Ribeye; T-bone; Rump; Bacon; Steak; Liver.

I colegislatori hanno concordato di concedere ai produttori tre anni di tempo per esaurire le scorte e adeguarsi alle nuove norme dopo l’entrata in vigore. I dettagli tecnici del testo comunque debbono essere ancora definiti, poi il testo passerà al voto del Consiglio Agricoltura e Pesca, con i ministri degli Stati membri, e a un voto finale nella plenaria del Parlamento.

Le reazioni contrastanti

«È un successo dell’Italia che vede riconosciuto a livello europeo il proprio modello agroalimentare. E poi l’Ue ha deciso di fare propria una norma che già vale in Italia per dare più forza nelle contrattazioni ai nostri agricoltori. Una su tutte è la previsione di una clausola di revisione per i contratti superiori ai sei mesi nella fornitura di materie prime: i nostri agricoltori potranno chiedere, in tutti gli Stati dell’Ue, l’inserimento di una clausola di rinegoziazione per adeguare il prezzo di vendita dei loro prodotti all’andamento del mercato. È un passo decisivo per vedere riconosciuto il giusto valore e il giusto reddito ai nostri agricoltori», ha detto in una nota il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida.

Soddisfazione per la decisione è stata espressa dal Gruppo Prodotti a Base Vegetale di Unione Italiana Food, associazione di categoria aderente a Confindustria: «Questa scelta è un risultato di buon senso che premia la trasparenza dei prodotti a base vegetale, a partire dalle denominazioni attuali e dalle loro etichette. La versione approvata della legge, pur limitando l’uso di alcuni termini, non esclude denominazioni come ’burger’, ’salsiccia’ o ’polpette’ per i prodotti a base vegetale, evitando sia di penalizzare chi da anni sceglie questi prodotti che di creare confusione fra consumatori attenti e consapevoli. È stato compreso chiaramente che, tali denominazioni, sono riferite a una forma del prodotto e a una loro lavorazione, non al contenuto, e questo è sicuramente positivo. Le marche di prodotti a base vegetali aderenti a Unione Italiana Food comunicano i propri prodotti con modalità e denominazioni chiare, auto esplicative, nel pieno rispetto delle norme, con etichette che permettono al consumatore di reperire e scegliere facilmente sugli scaffali, senza rischi di confusione, i prodotti che vogliono portare in tavola. Continueremo a lavorare per un’alimentazione innovativa, sostenibile e gustosa».

Soddisfatta anche Coldiretti che rivendica di avere portato avanti una battaglia «per la salute dei cittadini e per la chiarezza su ciò che arriva sulle tavole». Secondo l’associazoine, l’intesa punta infatti a evitare «di creare confusione tra i consumatori». Coldiretti ritiene che la lista di nomi che non potranno essere utilizzati «dovrà essere ulteriormente ampliata per rafforzare la tutela delle produzioni e dell’informazione corretta».

«È un passo importante per la chiarezza nei confronti dei consumatori e per la tutela della filiera zootecnica», commenta Serafino Cremonini, presidente di Assocarni. Da tempo chiediamo che termini come carne, bistecca o filetto siano utilizzati esclusivamente per prodotti di origine animale. Il lavoro portato avanti dal Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida va nella direzione di rafforzare la trasparenza delle denominazioni e la valorizzazione delle produzioni di origine animale».

Critiche invece le associazioni che vedono nella limitazione del consumo di carne un’azione necessaria per la sostenibilità ambientale. La coalizione No Confusion - guidata dall’European Vegetarian Union (Evu) e da WePlanet e che riunisce oltre 600 organizzazioni, Ong e aziende alimentari in tutta Europa - esprime preoccupazione per ciò che definisce un “divieto inutile” e chiede una valutazione d’impatto approfondita sulle implicazioni giuridiche e di mercato della normativa.

Allo stesso tempo, il gruppo accoglie favorevolmente il fatto che i termini descrittivi più comuni e familiari ai consumatori siano stati mantenuti. «Nel contesto politico e sociale attuale, è incomprensibile che i nostri rappresentanti eletti continuino a dedicare tempo e risorse a un problema che semplicemente non esiste. Questa decisione contraddice diverse priorità dell’Ue, tra cui competitività, innovazione, sicurezza alimentare, accessibilità dei prezzi e reddito degli agricoltori. Siamo lieti che, in parte, abbia prevalso il buon senso, ma il punto è che non c’era alcun problema da risolvere», ha dichiarato Rafael Pinto, senior policy manager dell’European Vegetarian Union.

«Il divieto non aiuta nessuno: né gli agricoltori, né i consumatori, né le imprese che hanno scommesso sull’innovazione. Per noi operatori del settore, questo non è mai stato solo un problema di etichette ma una questione di competitività e di futuro. Introdurre nuove barriere burocratiche in un momento in cui l’Ue dovrebbe rafforzare la propria capacità industriale è una scelta che non ci possiamo permettere. L’Italia ha le competenze e la tradizione per diventare protagonista della transizione proteica: un vero peccato sprecare questa opportunità con norme che guardano al passato invece che al futuro», dice Massimo Santinelli, ceo di Biolab.

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti