Vietare la carne di cavallo sì o no? L’Italia si divide
Crescono i pareri contrari alla proposta di legge incardinata alla Camera, in nome della difesa della tradizione culinaria e della filiera
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Tra i temi divisivi che agitano il Paese, sembra esserci anche la carne di cavallo. Dopo la notizia (diffusa dal Sole 24 Ore) di un pdl bipartisan incardinato alla Camera che vieta la macellazione degli equidi (non solo cavalli e pony, ma anche a muli, asini e bardotti), si è scatenato il dibattito.
Il primo a intervenire è stato Gianmarco Centinaio, vice-presidente del Senato, leghista, ex ministro dell’Agricoltura durante il Governo Conte. «Vietare il consumo di carne equina significherebbe cancellare un pezzo di storia della cucina italiana e anche dell’identità di alcuni territori», ha detto. «Per questo, non posso condividere le proposte di legge in discussione alla Camera, che vanno in questa direzione».
Al netto delle questioni ideologiche (numerose le petizioni pro e contro aperte su change.org), la tradizione culinaria identitaria è il driver più invocato dal fronte di chi si oppone al divieto di macellazione. Ora che la Cucina italiana ha incassato il riconoscimento Unesco, poi, il dossier si fa ancora più delicato.
La lista dei piatti porta-bandiera è lunga e attraversa tutto lo Stivale, da Nord a Sud: pastissada a Verona e polpette a Catania, stracotto d’asino nella pianura lombarda, tapulon a Borgomanero e pezzetti in Valle D’Itria. A Parma, addirittura, regno del “caval pisst”, i giornali locali definiscono choc la proposta incardinata alla Camera. «La presenza della carne di cavallo e di asino sulle nostre tavole ha attraversato i secoli e si è affermata come una tradizione radicata», ricorda il senatore leghista».
Tra i più fervidi sostenitori della battaglia a difesa degli equidi c’è la ong Animal Equality, il cui team investigativo ha documentato - dietro alcuni macelli - gravi abusi e violazioni di norme sul benessere animale.








