Allevamenti

Vietare la carne di cavallo sì o no? L’Italia si divide

Crescono i pareri contrari alla proposta di legge incardinata alla Camera, in nome della difesa della tradizione culinaria e della filiera

di Silvia Marzialetti

Aggiornato il 20 febbraio alle 12.30

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Tra i temi divisivi che agitano il Paese, sembra esserci anche la carne di cavallo. Dopo la notizia (diffusa dal Sole 24 Ore) di un pdl bipartisan incardinato alla Camera che vieta la macellazione degli equidi (non solo cavalli e pony, ma anche a muli, asini e bardotti), si è scatenato il dibattito.

Il primo a intervenire è stato Gianmarco Centinaio, vice-presidente del Senato, leghista, ex ministro dell’Agricoltura durante il Governo Conte. «Vietare il consumo di carne equina significherebbe cancellare un pezzo di storia della cucina italiana e anche dell’identità di alcuni territori», ha detto. «Per questo, non posso condividere le proposte di legge in discussione alla Camera, che vanno in questa direzione».

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Al netto delle questioni ideologiche (numerose le petizioni pro e contro aperte su change.org), la tradizione culinaria identitaria è il driver più invocato dal fronte di chi si oppone al divieto di macellazione. Ora che la Cucina italiana ha incassato il riconoscimento Unesco, poi, il dossier si fa ancora più delicato.

La lista dei piatti porta-bandiera è lunga e attraversa tutto lo Stivale, da Nord a Sud: pastissada a Verona e polpette a Catania, stracotto d’asino nella pianura lombarda, tapulon a Borgomanero e pezzetti in Valle D’Itria. A Parma, addirittura, regno del “caval pisst”, i giornali locali definiscono choc la proposta incardinata alla Camera. «La presenza della carne di cavallo e di asino sulle nostre tavole ha attraversato i secoli e si è affermata come una tradizione radicata», ricorda il senatore leghista».

Tra i più fervidi sostenitori della battaglia a difesa degli equidi c’è la ong Animal Equality, il cui team investigativo ha documentato - dietro alcuni macelli - gravi abusi e violazioni di norme sul benessere animale.

Ma Centinaio guarda avanti. «Rispetto la decisione di chi, per ragioni affettive, morali o ideologiche, preferisce non mangiare i prodotti derivati da alcuni o tutti gli animali - sostiene il vice-presidente di Palazzo Madama - ma credo sia giusto chiedere il medesimo rispetto per la cultura di tante comunità locali, che si definisce anche a partire dai piatti tradizionali».

Chi non accetta che si discrediti un intero comparto produttivo è Confagricoltura. «Gli allevamenti operano nel rispetto di normative nazionali ed europee in materia di benessere animale, tracciabilità e sicurezza alimentare», commenta il presidente della sezione Piacenza, Umberto Gorra. «Si tratta di attività sottoposte a controlli continui, che garantiscono standard elevati lungo tutta la filiera», prosegue. «Dobbiamo vigilare affinché il confronto pubblico non diventi l’ennesima occasione per mettere in un cono d’ombra le filiere zootecniche, già troppo frequentemente sottoposte a processi mediatici che non distinguono tra realtà virtuose e altre isolate casistiche».

«Il divieto di macellazione e commercializzazione della carne equina andrebbe a ridurre la libertà di scelta di tanti consumatori che non troverebbero più un prodotto che, non solo costituisce una fonte di occupazione per molti lavoratori e di reddito per le tante imprese della filiera, dai macellai agli allevatori ai distributori, ma rappresenta anche un elemento culturale e gastronomico radicato nel nostro Paese», fa sapere Federcarni-Confcommercio in una nota. «Una norma che introduca un divieto generalizzato - precisa la federazione - rischia di avere impatti significativi sulle abitudini di consumo, sulle attività economiche e sull’occupazione legate a questo comparto». Federcarni è disponibile ad avviare un confronto costruttivo, auspicando che il legislatore valuti con attenzione eventuali soluzioni normative alternative o correttive che tengano conto delle specificità produttive e territoriali e non compromettano la sostenibilità delle imprese coinvolte.

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