Timori di rischio sistemico

Gas, petrolio, metalli: volatilità record e liquidità ridotta alzano l’allarme

Non sono più soltanto i rincari delle materie prime a preoccupare: le oscillazioni dei prezzi sono diventate estreme, i mercati sono sempre più illiquidi. E i regolatori non escludono più la possibilità di rischi sistemici

di Sissi Bellomo

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4' di lettura

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Materie prime troppo care, ma anche troppo instabili, soggette a oscillazioni di prezzo che stanno diventando sempre più forti, frequenti e pericolose. Al punto da preoccupare i regolatori. Banche centrali e autorità di vigilanza sui mercati, pur ripetendo che la situazione rimane sotto controllo, ora cominciano ad evocare la possibilità di rischi sistemici: una sorta di contagio, che potrebbe destabilizzare altri mercati finanziari e travolgere intermediari come banche, broker o società di clearing, oltre che grandi produttori e consumatori di materie prime.

Livelli record di volatilità

La volatilità sui mercati del petrolio, del gas, dei metalli ha raggiunto livelli estremi, paragonabili a quelli del 2007-2008, quando si stava precipitando nella grande crisi finanziaria globale. E gli operatori, costretti a continue integrazioni dei margini, con depositi ormai esorbitanti di collaterale a garanzia, si stanno allontanando: una fuga che coinvolge sia gli speculatori che i soggetti commerciali e che sta riducendo la liquidità, in un circolo vizioso che rende i mercati ancora più volatili e più rischiosi.

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Dinamiche che hanno spinto il governatore della Bank of England, Andrew Bailey, a suonare l’allarme, invitando ad alzare la guardia di fronte alla possibilità di un «fallimento del mercato».

Una spia rossa l’ha accesa anche lo European Systemic Risk Board, emanazione della Banca centrale europea: nella riunione del 24 marzo, dopo un mese di guerra in Ucraina, ha riscontrato che l’indice di stress sistemico è salito ai massimi dalla primavera 2020, nel pieno della pandemia da Covid.

La reazione dei mercati

I mercati finora hanno reagito in modo «ordinato» all’escalation del conflitto e delle sanzioni contro la Russia, riconosce il Board, ma «il rischio di ulteriori brusche correzioni di prezzo rimane serio» e «le oscillazioni estreme su alcuni mercati energetici e delle materie prime potrebbero dare luogo a richieste di integrazione dei margini molto elevate mettendo sotto pressione la liquidità di soggetti attivi sui mercati dei derivati».

Anche per Bailey le commodities sono l’epicentro di un terremoto che potrebbe fare danni estesi, non solo perché i rincari alimentano l’inflazione e frenano la crescita: «Dobbiamo stare all’erta, non possiamo dare per scontata la resilienza di questa parte del mercato», ha avvertito il governatore della BoE lo scorso 28 marzo, spiegando che l’«enorme crescita del rischio e della volatilità» comporta un aumento dei costi per gli operatori che «si trasmette nel sistema».

Gli eventi più estremi hanno riguardato il nickel, con un’impennata del 250% tra il 7 e l’8 marzo che ha spinto il London Metal Exchange a sospendere le contrattazioni per sei sedute e a cancellare scambi per quasi 4 miliardi di dollari di controvalore. La vicenda – su cui da lunedì 4 aprile indagano la Financial Conduct Authority (Fca), equivalente britannica della Consob, e la Bank of England – ha accelerato la fuga degli operatori dalla borsa londinese, che hanno chiuso posizioni su tutti i metalli industriali, riducendole ai minimi da 9 anni nel caso del nickel.

Cambi di direzione improvvisi dei prezzi, con strappi violenti al rialzo o al ribasso, sono all’ordine del giorno anche sui mercati energetici, dove pure (almeno per ora) non si sospettano abusi né anomalie.

Le oscillazione del gas

Preoccupa in particolare il gas in Europa: al Ttf si sono visti rialzi fino al 60% in un solo giorno seguiti da un crollo del 30% il successivo, oscillazioni che stanno mettendo in ginocchio gli operatori, costringendo persino i colossi del trading a indebitarsi per rispondere ai “margin call”. In molti abbandonano il campo, tanto che «il mercato spot è prosciugato», avverte Torbjörn Törnqvist, ceo di Gunvor, e questo potrebbe ostacolare l’accumulo di scorte di gas per il prossimo inverno.

L’Efet – associazione dei trader europei, che riunisce anche grandi utilities e Major petrolifere – ha invocato liquidità d’emergenza dalle banche centrali, ma l’appello finora è caduto nel vuoto.

Anche i mercati petroliferi mostrano una volatilità allarmante, benché meno estrema. A marzo si contano una decina di sedute in cui le quotazioni del Brent sono salite o scese di oltre il 5%, nell’intero 2021 ce n’erano state appena sei. La volatilità intraday si è avvicinata all’80%, come non accadeva da maggio 2020, fa notare Reuters. Per il gasolio si è arrivati addirittura al 120%.

«Quando in un solo giorno i prezzi si muovono in una direzione o nell’altra di oltre 10 dollari al barile nessuno riesce a sopportare il rischio e i market maker stanno scomparendo», commenta Energy Aspects.

Dall’inizio della guerra i fondi non hanno mai smesso di liquidare posizioni sul greggio e sui prodotti raffinati e ora l’open interest sui sei principali contratti è ai minimi dal 2015.

«L’estrema volatilità è destinata a continuare – conclude Tamas Varga di Pvm Oil Associates – Anche i volumi di scambio non sono molto elevati e in un mercato relativamente illiquido la reazione a ogni sviluppo è violenta».

Anche martedì 5 i prezzi hanno oscillato più volte, mentre in Europa si discutevano ulteriori sanzioni contro Mosca, che potrebbero colpire l’export di carbone e forse di petrolio. A fine seduta il Brent perdeva circa l’1%, a 106 $/barile, mentre il gas al Ttf ha concluso a 108 €/MWh (-3,2%).

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