Materie prime: rischio sistemico?

Gas, è allarme margini. Gli operatori: serve liquidità dalla Bce

I mercati delle materie prime rischiano di essere l’epicentro di una crisi sistemica. A temerlo è anche il London Metal Exchange, convinto che gli scambi sul nickel, ripresi dopo uno stop di una settimana, potessero provocare «default multipli» anche tra i broker

di Sissi Bellomo

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4' di lettura

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Gas e nickel soprattutto. Ma non solo. Le due materie prime, soggette a movimenti di prezzo davvero estremi, sono la punta di un iceberg che sta diventando sempre più pericoloso non solo per l’economia reale – su cui aleggia lo spettro della stagflazione – ma anche per la stabilità dell’intero sistema finanziario.

I margin call, richieste di integrazione dei margini di garanzia per continuare ad operare sui mercati, sono letteralmente esplosi mettendo in gravi difficoltà anche società solide e i loro broker, fino a rappresentare una minaccia (per ora teorica ma sempre più temuta) persino per le casse di compensazione delle borse.

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A confermare l’intensità dell’allarme è la richiesta di un intervento delle banche centrali avanzata dalla federazione europea dei trader di energia, dopo che il prezzo gas al TTF – già decuplicato nell’ultimo anno – si è impennato di quasi il 200% in quattro giorni in reazione all’invasione russa dell’Ucraina, fino al picco record di 345 euro per Megawattora, per poi precipitare quasi altrettanto rapidamente intorno agli attuali 100 euro.

Il collaterale richiesto a garanzia ha raggiunto quasi lo stesso valore dei contratti negoziati e i versamenti devono essere integrati su base quotidiana, con aumenti stratosferici.

«Dalla fine di febbraio 2022 una situazione che era già sfidante è peggiorata», denuncia l’Efet (European Federation of Energy Traders) in una lettera alle istituzioni monetarie del Vecchio continente, il cui testo – che porta la data dell’8 marzo – è citato dal Financial Times. «Molti partecipanti (al mercato) si ritrovano in una posizione in cui la capacità di reperire liquidità addizionale è drasticamente ridotta o, in alcuni casi, esaurita».

L’Efet si appella quindi alla Banca europea degli investimenti, alla Banca centrale europea e alla Bank of England perché forniscano liquidità extra con strumenti emergenziali in modo da contenere l’impatto e il possibile contagio.

A suonare l’allarme – è bene sottolinearlo – non sono operatori piccoli e fragili, categoria in cui già da mesi si contano numerosi fallimenti. L’Efet rappresenta colossi dell’energia: tra i suoi membri figurano le italiane Eni, Enel, A2A, Hera ed Erg, insieme a molte altre Major – tra cui Shell, Bp e TotalEnergies – e tutte le maggiori utilities europee, comprese Iberdrola, Orsted, Engie, E.On, Uniper ed Rwe. Ci sono anche giganti del trading di materie prime, come Vitol, Gunvor e Mercuria, e del credito, come Goldman Sachs, Morgan Stanley, Merrill Lynch, Citi, Bnp Paribas.

Anche all’origine del caos sul mercato del nickel – non ancora superato, nonostante il riavvio degli scambi mercoledì 16 al London Metal Exchange – c’è una grande società, addirittura uno dei maggiori produttori mondiali del metallo: la cinese Tsingshan, che non riusciva più a rispondere a margin call che avevano raggiunto la bellezza di 3 miliardi di dollari da versare sull’unghia, secondo stime di Bloomberg.

La borsa metalli londinese ha parlato di «rischio sistemico» per giustificare la drastica decisione dell’8 marzo, quando non solo ha sospeso le contrattazioni sul nickel, ma ha anche cancellato con un colpo di spugna scambi per quasi 4 miliardi di dollari.

C’erano «serie preoccupazioni», secondo il Lme, sul fatto che non solo Tsingshan ma anche molti altri operatori non riuscissero a pagare i margini e questo «sollevava un rischio significativo di default multipli», che avrebbero potuto travolgere anche alcuni tra i maggiori broker attivi sul mercato dei metalli.

Gli scambi sono ripresi solo otto giorni dopo, in modo rocambolesco. Il Lme ha imposto una banda di oscillazione con rialzi o ribassi non superiori al 5%, ma dopo breve tempo ha di nuovo dovuto sospendere temporaneamente le contrattazioni (sia pure solo quelle su piattaforma elettronica) perché il sistema per errore aveva registrato ordini con un prezzo più basso del minimo consentito.

Il gruppo cinese Tsingshan ora sta mettendo a punto un piano di rifinanziamento con le banche creditrici (tra cui JP Morgan, Standard Bank e Bnp Paribas) e si è impegnato a ridurre l’enorme esposizione ribassista che aveva accumulato sul nickel

La aiuterà un accordo di swap con due società – di cui non è emerso il nome – con cui potrà procurari metallo di Classe 1, l’unico consegnabile ai magazzini Lme, che Tsingshan però non produce.

Intanto si accendono altre spie sulla possibile crisi di liquidità scatenata dai margin call sui mercati delle materie prime.

Trafigura – una delle maggiori società di trading al mondo, che macina enormi profitti e di certo non ha difficoltà a finanziarsi – si sarebbe rivolta a Blackstone per ottenere 3 miliardi di dollari extra con un’operazione di private equity, dopo aver chiesto e ottenuto solo una settimana fa da un pool di banche una linea di credito supplementare da 1,2 miliardi di dollari per finanziare attività divenute sempre più costose con la guerra Russia-Ucraina.

Lunedì 14 era stata Peabody Energy, big Usa del carbone, a rivelare di aver ottenuto 150 milioni di dollari extra a Goldman Sachs: un bisogno urgente di liquidità legato alla richiesta di margini per 534 milioni su operazioni finanziarie di copertura dai rischi. Come produttore era esposto al ribasso sul carbone, ma il prezzo è salito a livelli record, addirittura quadruplicando in un anno.

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