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Titoli di Stato sotto tiro
Non si arresta l’ondata di vendite sul segmento dei governativi. Perché? Ne parliamo con Andrea Campisi, senior investment manager di Pictet AM
Ascoltalo oradi Sissi Bellomo
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Gas e nickel soprattutto. Ma non solo. Le due materie prime, soggette a movimenti di prezzo davvero estremi, sono la punta di un iceberg che sta diventando sempre più pericoloso non solo per l’economia reale – su cui aleggia lo spettro della stagflazione – ma anche per la stabilità dell’intero sistema finanziario.
I margin call, richieste di integrazione dei margini di garanzia per continuare ad operare sui mercati, sono letteralmente esplosi mettendo in gravi difficoltà anche società solide e i loro broker, fino a rappresentare una minaccia (per ora teorica ma sempre più temuta) persino per le casse di compensazione delle borse.
A confermare l’intensità dell’allarme è la richiesta di un intervento delle banche centrali avanzata dalla federazione europea dei trader di energia, dopo che il prezzo gas al TTF – già decuplicato nell’ultimo anno – si è impennato di quasi il 200% in quattro giorni in reazione all’invasione russa dell’Ucraina, fino al picco record di 345 euro per Megawattora, per poi precipitare quasi altrettanto rapidamente intorno agli attuali 100 euro.
Il collaterale richiesto a garanzia ha raggiunto quasi lo stesso valore dei contratti negoziati e i versamenti devono essere integrati su base quotidiana, con aumenti stratosferici.
«Dalla fine di febbraio 2022 una situazione che era già sfidante è peggiorata», denuncia l’Efet (European Federation of Energy Traders) in una lettera alle istituzioni monetarie del Vecchio continente, il cui testo – che porta la data dell’8 marzo – è citato dal Financial Times. «Molti partecipanti (al mercato) si ritrovano in una posizione in cui la capacità di reperire liquidità addizionale è drasticamente ridotta o, in alcuni casi, esaurita».