L’Efet si appella quindi alla Banca europea degli investimenti, alla Banca centrale europea e alla Bank of England perché forniscano liquidità extra con strumenti emergenziali in modo da contenere l’impatto e il possibile contagio.
A suonare l’allarme – è bene sottolinearlo – non sono operatori piccoli e fragili, categoria in cui già da mesi si contano numerosi fallimenti. L’Efet rappresenta colossi dell’energia: tra i suoi membri figurano le italiane Eni, Enel, A2A, Hera ed Erg, insieme a molte altre Major – tra cui Shell, Bp e TotalEnergies – e tutte le maggiori utilities europee, comprese Iberdrola, Orsted, Engie, E.On, Uniper ed Rwe. Ci sono anche giganti del trading di materie prime, come Vitol, Gunvor e Mercuria, e del credito, come Goldman Sachs, Morgan Stanley, Merrill Lynch, Citi, Bnp Paribas.
Anche all’origine del caos sul mercato del nickel – non ancora superato, nonostante il riavvio degli scambi mercoledì 16 al London Metal Exchange – c’è una grande società, addirittura uno dei maggiori produttori mondiali del metallo: la cinese Tsingshan, che non riusciva più a rispondere a margin call che avevano raggiunto la bellezza di 3 miliardi di dollari da versare sull’unghia, secondo stime di Bloomberg.
La borsa metalli londinese ha parlato di «rischio sistemico» per giustificare la drastica decisione dell’8 marzo, quando non solo ha sospeso le contrattazioni sul nickel, ma ha anche cancellato con un colpo di spugna scambi per quasi 4 miliardi di dollari.
C’erano «serie preoccupazioni», secondo il Lme, sul fatto che non solo Tsingshan ma anche molti altri operatori non riuscissero a pagare i margini e questo «sollevava un rischio significativo di default multipli», che avrebbero potuto travolgere anche alcuni tra i maggiori broker attivi sul mercato dei metalli.