Tsingshan è uno dei maggiori produttori mondiali di nickel, con impianti importanti anche in Indonesia. Ed è un peso massimo anche sulla borsa metalli londinese, dove opera a fini di copertura dei rischi commerciali e non solo. Si stima che avesse un’esposizione ribassista equivalente a 190mila tonnellate di nickel, per un valore di oltre 9 miliardi di dollari: una posizione enorme, che non riusciva più né a chiudere né a mantenere, perché le richieste di integrazione dei margini erano diventate esorbitanti. È così che la spirale rialzista è andata fuori controllo.
Tsingshan peraltro è l’operatore più grande, ma non certo l’unico ad essere stato schiacciato dal macigno dei “margin call”, che si è fatto così pesante da convincere il Lme del pericolo di «rischi sistemici» e della necessità non solo di sospendere le contrattazioni sul nickel ma anche di cancellare tutte le operazioni effettuate nella fase più concitata, quando il metallo in poco tempo è raddoppiato di valore superando 100mila dollari per tonnellata.
L’orologio è stato riportato indietro alla quotazione di 48.078 dollari, quella dell’ultima seduta valida, lunedì 7 marzo (quando il nickel aveva comunque chiuso in rialzo del 61%): una decisione per evitare guai peggiori, forse addirittura il contagio di altri mercati, ma con cui la borsa metalli si è inimicata molti investitori finanziari, che si sono visti “sfilare” una ricca plusvalenza. Le transazioni cancellate – tutte legittime – valevano 3,9 miliardi di dollari.
Ma le conseguenze più pesanti le hanno subite le imprese consumatrici, rimaste prive di un riferimento di prezzo ufficiale (anche Shanghai ha sospeso per due giorni i suoi futures). La spagnola Acerinox, big dell’acciaio inossidabile, afferma di aver smesso del tutto di comprare nickel e rottame, mentre in Cina alcuni produttori di solfato di nickel – impiegato nelle batterie – hanno interrotto le vendite per mancanza di visibilità sui prezzi, riferisce Rystad Energy.
Tutto il listino del Lme ha subito contraccolpi. Il sospetto è che l’ondata di ribassi che ha investito i metalli non ferrosi (e molte altre materie prime) dipenda non solo dalla speranza di progressi nei colloqui Russia-Ucraina o dai nuovi lockdown da Covid in Cina (che potrebbero frenare i consumi del gigante asiatico), ma almeno in parte anche dall’assillante ricerca di denaro per rispondere ai “margin call”: gli operatori liquidano posizioni lunghe (o all’acquisto) – peraltro con buon profitto dopo il rally delle ultime settimane – per pagare i broker, che a loro volta devono reintegrare i margini alle clearing house.