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Impara l’arte
Tre articoli in anteprima dalla domenica del Sole24ore presentati da Stefano Salis
Ascoltalo oradi Sissi Bellomo
3' di lettura
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Il prezzo del nickel quadruplica in meno di due giorni, superando 100mila dollari per tonnellata, e il London Metal Exchange (Lme) sospende le contrattazioni a tempo indefinito: una mossa che ha un solo precedente nei 145 anni di storia della borsa londinese, la maggiore piazza al mondo per i metalli non ferrosi, tra cui anche il rame e l’alluminio. Accadde nel 1985, quando vennero fermati – per ben 4 anni – gli scambi sullo stagn, in seguito al collasso dell’International Tin Council, cartello di produttori che a lungo aveva sostenuto arificialmente i prezzi.
Anche oggi siamo in una situazione eccezionale, che potrebbe avere pesanti e durature conseguenze.
Le quotazioni di tutti i metalli non ferrosi erano già in tensione da mesi, ma con la guerra in Ucraina e le sanzioni contro la Russia – fornitore chiave soprattutto di nickel e alluminio – il rally ha guadagnato fiato e nel caso del nickel si è trasformato in una folle corsa al rialzo, di fronte alla quale le autorità di mercato e il Lme si sono ritrovati impotenti.
Di qui la decisione estrema di fermare gli scambi, alla quale la borsa si è arresa stamattina dopo che altre misure si sono rivelate inefficaci a fermare l’impennata che durante l’orario di contrattazioni asiatiche ha assunto proporzioni spaventose: in poche ore il valore del nickel è raddoppiato – dopo essere già salito del 70% nella seduta precedente – arrivando fino a un picco mai visto di 101.365 dollari per tonnellata per il contratto benchmark. Al momento della sospensione il prezzo era ridisceso intorno a 80mila dollari.
A far precipitare la situazione è stato quello che si chiama uno «squeeze»: speculatori esposti al ribasso sul nickel non riescono più a pagare gli esorbitanti margini di garanzia richiesti sulle posizioni corte, che ora sono in forte perdita. L’ultima impennata dei prezzi, riferisce Bloomberg, coinvolge due colossi cinesi: il maggior produttore di nickel del Paese asiatico,Tsingshan Holding Group, e una grande banca statale, la China Construction Bank. Quest’ultima avrebbe concesso una dilazione al gruppo metallurgico sul versamento di margini per centinaia di milioni di dollari.