Forniture in stallo

Gas, nuovi tagli da Mosca ma ora crolla anche la produzione di Gazprom

Prezzi intorno a 200 euro al Ttf non solo oggi ma fino a primavera, secondo le indicazioni dei future. Anche Mosca però comincia a soffrire: Gazprom è costretta a frenare i giacimenti, al punto che a luglio ha estratto il 35% in meno di un anno fa

di Sissi Bellomo

Accordo in Ue per tagliare il gas contro il ricatto di Mosca

2' di lettura

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Le forniture di gas russo sono crollate come da programma fin dalle prime ore del mattino di mercoledì 27, quando i flussi nel Nord Stream sono scesi dal 40 al 20% della capacità: una chiusura dei rubinetti che ha già ridotto le consegne all’Eni a 27 milioni di metri cubi nella giornata, circa un quinto in meno rispetto ai volumi medi che aveva ricevuto dopo il riavvio del gasdotto, lo scorso 21 luglio.

Il prezzo del combustibile è salito ancora, per la sesta seduta consecutiva, spingendosi fino a un picco di 227,5 euro per Megawattora al Ttf per le consegne di agosto, oltre dieci volte rispetto al valore medio nel 2019, anno “normale”, senza pandemie né difficoltà di approvvigionamento.

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PREZZO DEL GAS

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A fine seduta i rialzi si sono attenutati , ma il gas ha comunque concluso a quota 205 euro (+2,5%) e tutta la curva dei prezzi si è alzata ulteriormente: il valore del combustibile resterà inchiodato intorno a 200 euro/MWh fino alla primavera 2023, stando alle indicazioni dei future, non infallibili, ma nemmeno del tutto irrazionali come a molti piace credere.

La speculazione conta fino a un certo punto. Sul mercato spot oggi pochi vendono e moltissimi comprano, spesso affannosamente, anche per fini commerciali, compreso quello di accumulare scorte in vista di un inverno che fa sempre più paura: acquisti che in molti Paesi europei oggi sono finanziati anche con denaro pubblico (la Germania di recente ha messo a disposizione linee di credito extra da 15 miliardi euro proprio per favorire le iniezioni negli stoccaggi).

Al rally sul mercato del gas è probabile che contribuisca anche lo scetticismo sulla nuova versione del piano Ue per il taglio dei consumi, molto annacquata rispetto al disegno originario e ormai così ricca di opportunità di esenzione da offrire qualche scappatoia a quasi tutti i Paesi membri.

Arrivare al 1° novembre con gli stoccaggi pieni all’80% in tutta Europa è un traguardo che i più autorevoli analisti oggi giudicano irraggiungibile, a meno che i flussi di gas dalla Russia non risalgano. Ma non esiste sfera di cristallo che consenta di prevedere che cosa Mosca voglia (o possa) fare.

Sembra ormai evidente che la revisione delle turbine – che sia o meno davvero necessaria – venga sfruttata come leva per costringere l’Europa ad alleviare le sanzioni. Ma forse proprio questo è un segnale di come la Russia stia cominciando a soffrirne il peso.

Finora i prezzi record del gas hanno contenuto l’effetto della diminuzione dei volumi venduti. Ma ora la produzione di Gazprom, in calo da aprile, sta letteralmente crollando: segno che non ha più spazio negli stoccaggi in patria (quelli all’estero, enormi soprattutto in Germania e Austria, non sono più sotto il suo controllo).

A luglio il colosso russo ha estratto addirittura il 35% in meno rispetto a un anno fa, stima Goldman Sachs in base a dati diffusi dalla stessa Gazprom. La banca aggiunge comunque di non aspettarsi problemi irreversibili nei giacimenti, vista «la dimostrata abilità di Gazprom di far oscillare al rialzo o al ribasso la produzione senza danneggiare la pressione nei pozzi». Nel 2020 del Covid, ad esempio, aveva chiuso e poi ripristinato 50 miliardi di metri cubi di produzione.

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