Sul gas russo i riflettori non sono mai spenti. E Putin è molto abile a dirigere l’occhio di bue nella direzione migliore per mantenere elevati i prezzi del combustibile. A proposito del Nord Stream aveva citato proprio il 26 luglio come data entro la quale il rischio di un nuovo crollo dei flussi si sarebbe potuto tradurre in realtà: una sorta di ultimatum, per quanto giustificato con difficoltà tecniche, che è ormai scaduto.
Gazprom ha dichiarato di non aver raccolto documentazione sufficiente a rassicurarla sulla turbina rientrata dal Canada. E l’annuncio, diffuso qualche ora dopo, di un ulteriore riduzione della portata di Nord Stream – per quanto atteso – ha fatto impennare del 12% il prezzo del gas, portandolo di nuovo vicino a 180 euro per Megawattora al Ttf.
Il gasdotto del Baltico, principale rotta di esportazione del gas russo, era tornato in funzione solo il 21 luglio dopo dieci giorni di fermo e la sua portata era comunque rimasta ridotta al 40%, come nel periodo tra metà giugno e l’avvio dei lavori.
Ora le forniture dalla Russia diventano ancora più esigue: un centinaio di milioni di metri cubi al giorno in totale (sempre che non ci siano tagli anche su altri gasdotti), contro i circa 380 milioni che Mosca un tempo inviava in Europa. Se non si riprenderanno rischiamo forte.
«La questione chiave è quanto durerà questa riduzione al 20% della capacità del gasdotto», commenta Tom Marzec-Manser, head of gas analytics di Icis: se durerà a lungo «è probabile che limiterà la capacità dell’Europa di iniettare volumi di gas adeguati negli stoccaggi, il che potrebbe avere conseguenze sull’offerta invernale. I governi europei avranno ancora più bisogno di incentivare riduzioni della domanda, soprattutto nel settore industriale».