Risparmio gestito

Fondi, così la crisi del dollaro ha dimezzato i rendimenti in Europa nel 2025

L’analisi di Tosetti Value: nell’anno boom delle Borse e di sostanziale tenuta dei bond i risultati dei gestori restano positivi, ma l’effetto cambio riduce i guadagni al 6%

di Maximilian Cellino

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Borse che segnano massimi a ripetizione, pur in un anno costellato da tensioni alle stelle sullo scacchiere politico e non solo, ma anche un obbligazionario in grado di tenere alta la bandiera grazie soprattutto ai livelli storicamente elevati ai quali sono tornate le cedole dei bond. Viste le premesse, gli investitori si aspettavano ragionevolmente di uscire con i portafogli gonfi dal 2025, ma alla fine si sono dovuti accontentare, soprattutto in Europa.

Il bilancio annuale

I prodotti di investimento commercializzati nel Vecchio Continente hanno infatti consegnato nel corso dei dodici mesi appena archiviati un rendimento medio del 6 per cento: un risultato positivo e certo da non disprezzare, ma a conti fatti più che dimezzato rispetto al +13,3% dell’anno precedente e inferiore anche al rialzo sempre a doppia cifra del 2024. La conferma in tal senso arriva dai dati contenuti nel rapporto pubblicato da Tosetti Value, uno dei principali multi-family office in Europa, che passa in rassegna i rendimenti e i costi di tutti i prodotti Ucits distribuiti in almeno un Paese europeo, classificati long-term fund, attivi e passivi (esclusi gli Etf) e gestiti dalle prime 250 società in ordine di grandezza di patrimonio.

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Wall Street non ha per la verità garantito stavolta i rendimenti «stratosferici» dei due anni precedenti, ma il bilancio degli indici S&P 500 e Nasdaq rimane comunque da incorniciare, con guadagni rispettivamente del 16% e del 20 per cento. L’Europa è invece tornata a brillare come non avveniva da tempo: +17% per il listino continentale Stoxx 600; +23% per un Dax in grado di smarcarsi da un altro anno di stagnazione per l’economia tedesca; +31% per Piazza Affari e addirittura quasi +50% per la regina Madrid.

Con Asia ed Paesi emergenti altrettanto sugli scudi, l’indice globale Msci World ha in ogni caso registrato un progresso del 19,5% che si pone in una posizione intermedia fra il 17% del 2024 e il 21,8% dell’anno immediatamente precedente, mentre gli indici obbligazionari globali hanno ottenuto risultato total return (cedole comprese) pur sempre del 2,5 per cento. Eppure, performance del genere sembrano essere state catturate soltanto in parte dai gestori: un bicchiere riempito a metà in questo caso, quello dei fondi europei, anzi più mezzo vuoto che pieno.

Quanto conta il fattore cambio

Il motivo è in fondo essenzialmente uno: la debolezza del dollaro, che durante tutto il 2025 si è deprezzato del 10% su scala globale e addirittura del 12% quando lo si confronta con l’euro, finendo anche per condizionare gli investimenti di chi risiede oltre i confini degli Stati Uniti e che evidentemente non si è coperto a sufficienza. Per le tasche di un investitore europeo, l’avanzata dei due principali indici azionari statunitensi e del loro arrembante e apparentemente inarrestabile settore tecnologico si è alla fine ridotta a poco più di briciole e il bilancio del mercato obbligazionario su scala globale rischia addirittura di diventare negativo.

Tutto questo risulta visibile per i fondi tracciati dall’analisi di Tosetti Value, molti dei quali sono evidentemente a gestione passiva e si limitano a tracciare gli indici, più o meno sofisticati, senza necessariamente considerare il rischio valutario. Non sempre si è vista quella conduzione attiva che gli esperti del settore continuano a giudicare essenziale per estrarre rendimenti da mercati che si sono fatti via via più selettivi al terzo anno consecutivo di rally quasi ininterrotto. Questo vale chiaramente quando si parla di individuare i vincitori a livello di singolo nome, settore oppure area geografica, ma evidentemente anche nel momento di prendere le dovute precauzioni sul cambio. A maggior ragione in una fase in cui i costi di copertura, dopo essere balzati al 2,4% per quanto riguarda l’euro/dollaro, sono tornati a livelli più convenienti e attorno all’1,7% annuo.

La tenuta dell’Italia

Non desta quindi stupore imbattersi nella classifica 2025 in risultati spesso molto differenti fra le varie gestioni, con una dispersione apparentemente maggiore rispetto al recente passato. Le svedesi Swedbank e Sjunde sono state per esempio le uniche società a offrire ancora una volta ritorni superiori al 10%, nonostante la corona si sia deprezzata di addirittura il 17% nei confronti del dollaro e forse proprio grazie a un orientamento più locale dato agli investimenti indirizzati in modo predominante sull’azionario, mentre sul fronte opposto Pimco è rimasta a malapena a galla (+0,6%) con la propria attività tradizionalmente puntata quasi esclusivamente verso i bond. Nel mezzo, alcuni si sono difesi in modo migliore e altri hanno sofferto: compresi i nomi italiani che, con un risultato medio del 4,5%, non hanno forse sfigurato quando si considera la minore esposizione dei portafogli sulle Borse e i costi medi di gestione ancora purtroppo significativamente più elevati che altrove.

Riproduzione riservata ©
  • Maximilian Cellino

    Maximilian CellinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese, tedesco

    Argomenti: Mercati finanziari, politiche monetarie, risparmio gestito, investimenti, fonti alternative di finanziamento, regolamento del sistema finanziario

    Premi: Premio State Street 2017 per il giornalista dell'anno - Categoria Innovazione

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