Innovazione

Finanziamenti poco accessibili per il 70% delle start up del food

Cariplo Factory: per il 44% delle Pmi la priorità è la chiarezza normativa e il 27% denuncia la diffidenza per le novità in campo alimentare

di Emiliano Sgambato

3' di lettura

English Version

3' di lettura

English Version

Dalle soluzioni per un’agricoltura più efficiente e resiliente ai cambiamenti climatici a quelle per sprecare meno cibo, dallo studio di “superingredienti” al packaging. Le start up e le Pmi innovative sono una risorsa per rispondere alle questioni di fondo che si trova ad affrontare il sistema agroalimentare. Tuttavia spesso queste soluzioni fanno fatica a ottenere sostegno e finanziamento e trovano barriere all’accesso spesso insormontabili per realtà poco strutturate.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Sono alcuni degli aspetti che emergono dall’indagine “NextGen Food -Il futuro del cibo, il cibo del futuro” di Cariplo Factory – uno dei più importanti hub di innovazione in Italia, focalizzato su digital transformation e circular economy – che raccoglie 118 testimonianze di start up e piccole e medie imprese attive lungo la filiera alimentare italiana, dall’agritech agli alimenti alternativi, dalla trasformazione alla distribuzione.

Loading...

Nonostante secondo l’Osservatorio di TheFoodCons nel 2025 gli investimenti in innovazione nel settore agroalimentare italiano siano cresciuti (in controtendenza ma dopo due anni di calo) a 250 milioni di euro, il 70% delle realtà sondate da Cariplo Factory lamentano un «scarsa disponibilità di finanziamenti», un ostacolo «che limita la capacità di scalare soluzioni già validate».

Seguono le difficoltà di accesso al mercato della distribuzione e la complessità normativa (40%); per il 27% inoltre persiste una radicata diffidenza dei consumatori verso l’innovazione alimentare, mentre un’azienda su cinque fatica a reperire personale qualificato. Le richieste alle istituzioni sono chiare: regole più certe (44%), più sostegno da investitori privati e finanziamenti pubblici (38% e 35%), infrastrutture tecnologiche accessibili (28%) ed educazione dei consumatori (26%).

«Non richieste di protezione, ma condizioni minime per competere ad armi pari con ecosistemi europei che le hanno già costruite», notano i ricercatori. Del resto i fondi pubblici hanno sostenuto la crescita di una start up solo nel 15% dei casi e a investire nelle aziende del futuro del cibo sono stati acceleratori e incubatori (21% del totale), mentre la cerchia “family & friends” al 19% investe più spesso del venture capital (18%) e business angel (16%); minoritari il private equity (3%) e il corporate venture capital (2,5%).

«Purtroppo la difficoltà a reperire risorse è un fattore comune anche alle start up di altri settori, soprattutto se paragonato a ecosistemi più maturi rispetto al nostro. Quello che trovo maggiormente interessante – commenta Riccardo Porro, chief operations officer di Cariplo Factory – è come ci sia una unità di intenti nelle motivazioni che spingono alla ricerca, nonostante le aziende si muovano in ambiti diversi, dall’agricoltura alla distribuzione: rafforzare la qualità e la sicurezza dell’alimentazione, assicurare un cibo sano e di qualità a tutti gli esseri umani e preservare la biodiversità rispettando l’ambiente sono le tre risposte che hanno ciascuna raccolto attorno al 50% dei consensi».

«Il food è oggi uno dei terreni in cui si misurano le grandi transizioni del nostro tempo: dalla sostenibilità ambientale alla salute, dalla digitalizzazione alla resilienza industriale. È in questo contesto che va ridefinendosi il modo in cui produciamo, distribuiamo e consumiamo il cibo – aggiunge Porro –. Le 118 realtà mappate da Next-Gen Food dimostrano che in Italia esiste già un ecosistema imprenditoriale capace di innovare i principali nodi della filiera, dall’agritech alle nuove proteine, dalla tracciabilità alla nutrizione personalizzata».

Ma qual è l’identikit delle imprese analizzate? Sono start up nel 62% dei casi, seguite da Pmi innovative (29%) e spin off (3 per cento). L’agritech è il settore più rappresentato (22% delle aziende mappate), davanti al foodtech e trasformazione (19%). Il 39% ha tecnologie già operative e validate sul mercato. Il 64% ha già raccolto un primo round di finanziamento. Il 10% delle aziende dichiara un fatturato superiore al milione di euro, più di una su tre si colloca tra i 100mila e un milione. L’80% è alla ricerca di nuovi capitali, con una su tre che punta a un round superiore al milione di euro.

Fondate per il 58% da team di soli uomini, «mostrano una presenza femminile significativa e crescente: i team composti unicamente da donne hanno ricevuto premi e riconoscimenti nel 90% dei casi e mostrano una propensione superiore alla partecipazione a programmi di accelerazione», nota Porro.

A livello di collocazione geografica guida la Lombardia (32%) seguita da Veneto (11%) ed Emilia Romagna (10%). Al Centro si distingue la Toscana con l’8% del totale, al Sud la Puglia con il 5%. Il 23% ha in programma l’apertura di una sede estera, di investimento, soprattutto in Europa.

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti