Sostenibilità

Food waste, il 70% delle aziende della distribuzione alimentare adotta politiche antispreco

Analisi dell’Osservatorio Food Sustainability del Politecnico di Milano: resta ampio il divario tra grandi e piccole aziende

di Maria Teresa Manuelli

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Sette aziende della distribuzione su dieci adottano almeno una pratica di valorizzazione circolare delle eccedenze - donazione, riuso o riciclo – e quasi tutte le grandi insegne che pubblicano un bilancio di sostenibilità applicano anche misure di prevenzione, come le promozioni sui prodotti prossimi alla scadenza o i sistemi di ottimizzazione delle scorte. È quanto emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Food Sustainability del Politecnico di Milano, presentata oggi 17 giugno e condotta su un campione di 867 imprese con più di nove dipendenti. Il quadro è però disomogeneo: tra Gdo e piccole imprese il divario resta marcato.

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L’agenda europea indica la donazione per fini sociali come forma prioritaria di valorizzazione: è praticata dal 44,5% delle imprese. Ma mentre le grandi donano nell’83% dei casi con continuità, le piccole e medie si fermano rispettivamente al 42% e al 46%. La donazione non esclude altri approcci: il 54% delle imprese donatrici adotta anche ulteriori forme di riuso, contro il 40% delle non donatrici. Tra chi non dona, il 43% adotta comunque almeno un’altra pratica: il 24% forme di riuso, circa il 13% riciclo e recupero.Il settore recupera così circa 135 mila tonnellate di eccedenze l’anno, per un contributo sociale stimato in quasi 632 milioni di euro.

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Solo il 43% delle imprese monitora le proprie eccedenze, quota che sale al 76% tra le grandi ma scende al 47% tra le piccole. È una lacuna rilevante perché misurare lo spreco è condizione necessaria per pianificare interventi mirati - e gli obiettivi da centrare sono ora vincolanti: la Direttiva Ue 2025/1892 impone entro il 2030 una riduzione del 30% pro capite dei rifiuti alimentari nel commercio al dettaglio rispetto alla media 2021-2023. Per la distribuzione italiana, che nel triennio ha prodotto in media oltre 565mila tonnellate annue di rifiuti alimentari, l’obiettivo corrisponde a circa 170mila tonnellate annue da eliminare. «Per centrare questi traguardi sarà necessario un salto di scala, basato su collaborazioni tra stakeholder e un impulso all’innovazione», osserva Paola Garrone, responsabile scientifica dell’Osservatorio con Barbara del Curto.

Sul fronte tecnologico, l’Osservatorio ha censito anche 198 startup internazionali attive contro lo spreco, fondate tra il 2021 e il 2025, con finanziamenti complessivi superiori a 336 milioni di dollari.

Il Regolamento Ppwr, inoltre, trasforma in requisiti obbligatori scelte finora volontarie: riciclabilità, contenuto di materiale riciclato, riduzione del peso, composizione chimica, etichettatura. Le incertezze maggiori riguardano la traduzione operativa: dalla definizione delle classi di prestazione per il design for recycling alla disponibilità di materie prime seconde idonee al contatto alimentare, fino alla gestione di Pfas e sostanze soggette a restrizione.

«La sfida non riguarda solo il rispetto dei nuovi obblighi, ma la capacità di trasformarli in soluzioni industrialmente praticabili», afferma Barbara Del Curto. La transizione richiede quindi criteri chiari, investimenti e una visione capace di considerare l’intero ciclo di vita del packaging alimentare.

«I risultati mostrano un comparto che sta accelerando, ma con livelli di maturità ancora molto differenziati», afferma Chiara Corbo, direttrice dell’Osservatorio Food Sustainability. «Le grandi imprese stanno investendo in tracciabilità e competenze Esg, mentre per molte Pmi permangono ostacoli legati a costi e complessità degli adempimenti. È proprio sulla capacità di raccogliere e gestire dati affidabili che si giocherà una parte importante della competitività futura della filiera».

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