La vendita da parte del Mef del 2,8%

«Eni, la cessione conferma l’efficacia della strategia»

Il presidente del gruppo Giuseppe Zafarana: «Non a derive ideologiche sulla transizione, il collocamento coronato da un grande successo»

di Celestina Dominelli

Il presidente dell’Eni Giuseppe Zafarana

5' di lettura

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«È stato un periodo di particolare intensità perché l’azienda vive un momento cruciale innanzitutto per il nostro percorso di transizione energetica: dieci anni fa Eni ha avviato una profonda trasformazione industriale che ha posto le basi per la nascita di nuovi business legati alla transizione. Ora siamo nella fase in cui si passa dalla semina al raccolto e la stiamo attraversando in un contesto storico e geopolitico molto complesso». A un anno dalla sua nomina, il presidente dell’Eni, Giuseppe Zafarana, traccia un bilancio del suo mandato in questa intervista a Il Sole 24 Ore, la prima concessa da quando è approdato alla presidenza dopo un lungo trascorso nella Guardia di Finanza di cui è stato anche Comandante Generale. Adesso presiede un gruppo presente in 61 Paesi, con oltre 33mila dipendenti (di cui poco più di 21mila in Italia), «che vive una fase molto importante della sua storia». E che è sempre al centro degli appetiti degli investitori come dimostra l’ultima mossa del Mef nell’ambito del piano di privatizzazioni del governo: «Il collocamento di azioni è stato coronato da un grande successo - osserva Zafarana -, come già si era verificato in altre operazioni, penso alle recenti obbligazioni trentennali. Si tratta di un’ulteriore conferma del mercato che siamo sulla strada giusta».

Partiamo dallo scenario geopolitico che è costellato di nuove minacce. Siete preoccupati?

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Lo siamo più per l’aspetto umanitario ma non dal punto di vista dell’operatività dell’azienda che, sfruttando la sua straordinaria capacità di analisi degli scenari e di sintesi degli stessi per tradurli in decisioni strategiche, ha anticipato gli eventi. E questo le ha consentito di rimanere in piedi durante il Covid grazie al lavoro di snellimento e consolidamento finanziario, svolto nei cinque anni precedenti. Così come la sempre maggiore focalizzazione sul gas realizzata negli ultimi 10 anni è risultata decisiva quando la società ha dovuto pianificare la sostituzione delle forniture russe con gas di altre provenienze, agevolando le misure avviate dal governo.

Molti competitor hanno subito scossoni particolarmente pesanti per i cambiamenti repentini di scenario. La flessibilità di Eni, dunque, è stata provvidenziale?

Assolutamente sì e sono sereno perché vedo una grande capacità di reazione dell’azienda in un contesto in cui si opera senza certezze. E di questo va dato atto all’amministratore delegato Claudio Descalzi che ha dimostrato di avere una straordinaria capacità di visione, ottimamente supportato dal suo efficiente management e dalla eccezionale competenza e professionalità di tutte le persone di Eni. Persone che rappresentano il terreno fertile su cui costruire un futuro di ulteriore grande sviluppo.

Che peso ha avuto e ha in questo percorso il cda che lei presiede?

Sta giocando un ruolo fondamentale nel supportare l’ad e il management della società nella gestione della complessità della strategia elaborata dall’azienda e nel monitoraggio della sua attuazione, aiutandola a cogliere le grandi opportunità offerte dai cambiamenti in corso e a mitigarne i rischi. Si tratta di un board composto da personalità professionalmente molto preparate: ci si confronta, si discute, deve essere così, ma si lavora sempre in grande armonia. E la sintesi che viene fuori trova sempre il suo riconoscimento sostanziale in coloro che attuano poi le decisioni.

La transizione energetica è un traguardo ineludibile, ma la traiettoria si sta rivelando particolarmente complessa e delicata. Come si concilia l’esigenza di mantenere fermo l’obiettivo con costi sempre crescenti e iter non lineari?

Anche qui si vede la lungimiranza della visione di questo gruppo perché, quando siamo partiti nel 2014 lungo questo percorso, lo si è fatto con grande equilibrio nel senso che siamo convintamente proiettati verso la transizione energetica, ma tenendo i piedi per terra e avendo la piena consapevolezza che il fossile - mi riferisco soprattutto al gas -, è tuttora una parte significativa e stabile della domanda energetica.

Sulle soluzioni, però, non sempre c’è stata convergenza tra gli Stati.

Abbiamo assistito e assistiamo a molte divisioni, ma bisogna rifuggire da derive ideologiche e interessi privilegiati. Perché non c’è alcun dubbio che le rinnovabili rappresentino una soluzione imprescindibile cui fare ricorso ovunque sia tecnicamente possibile ed economicamente sostenibile e, proprio per questo motivo, sono una componente fondamentale della strategia di Eni, ma non possono rappresentare uno strumento di esclusione di qualsiasi altra soluzione. Ognuno deve poter intraprendere la transizione a seconda dei vincoli e dei mezzi che ha a disposizione.

A quali vincoli si riferisce?

Mi lasci fare qualche esempio concreto. Eni lavora in modo proattivo sulla cattura e stoccaggio della CO2 che viene criticata da alcuni perché allungherebbe la vita agli idrocarburi. Però è difficile pensare di poter realizzare nel breve-medio termine la decarbonizzazione di settori come quelli hard to abate (leggi energivori, ndr) senza questo tipo di soluzione. Allo stesso modo se escludiamo i biocarburanti perché non li reputiamo carbon neutral, quando attualmente arrivano ad abbattere le emissioni fino al 90% rispetto ai carburanti di origine fossile, di fatto stiamo tagliando fuori un’opzione fondamentale per decarbonizzare alcuni settori come il trasporto pesante, navale e aereo, dove l’elettrico non può arrivare, e per accompagnare la diffusione dell’auto elettrica nel trasporto leggero con un qualcosa che già tagliato le emissioni. Non esiste, quindi, una soluzione unica ma dobbiamo utilizzare tutte le tecnologie a nostra disposizione.

Sulla transizione energetica abbiamo assistito ad accelerazioni e rallentamenti continui a Bruxelles. Ora stiamo andando verso nuove elezioni. Che Europa si aspetta?

Spero vivamente che l’Europa possa realizzare gli obiettivi che si è data anche su questo fronte, ma sono altresì convinto che si dovrà soprattutto lavorare su alcuni tasselli fondamentali sui quali finora l’Europa è stata carente, a cominciare dalla governance, i cui meccanismi di funzionamento vanno affinati e resi più efficaci ed efficienti anche nell’ottica di una ben maggiore velocità decisionale. E poi ci sono alcune grandi aree su cui mi piacerebbe che l’Europa realizzasse una reale integrazione come la politica estera, la difesa e l’armonizzazione fiscale.

Torniamo alla strategia di Eni e al modello dei satelliti. Che bilancio traccia di questo tassello?

Si sta dimostrando assolutamente vincente, è stata una felice intuizione che ha consentito a business come Plenitude ed Enilive già oggi di creare un valore significativo e di avere importanti target di crescita.

A che punto è la cessione dell’Agi?

Siamo ancora in una fase interlocutoria. Eni da oltre 10 anni è interessata a uscire totalmente dall’editoria e nel corso del tempo ha raccolto alcune manifestazioni di interesse per l’agenzia che però non si sono mai trasformate in accordi tra le parti. Ora è stata fatta questa manifestazione da parte di un soggetto privato (Antonio Angelucci, deputato della Lega ed editore de Il Giornale, Libero e Il Tempo, ndr) , oggetto di valutazione, ma abbiamo anche dichiarato pubblicamente la nostra disponibilità a ricevere e considerare altre proposte se ci saranno.

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