«Ddl passo positivo, ora va impostato un percorso verso un ecosistema più strutturato»
di Simone Strocchi (presidente di Electa)
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Il Ddl Capitali è sicuramente un passo positivo per agevolare l’apertura a capitali e l’approccio ai listini borsistici e aiutare a convogliare risparmi italiani a supporto di sviluppo di economia reale autoctona. Ci sono altresì aspetti migliorabili e indicazioni ancor più nette da tracciare per agevolare una presenza più ampia di attori e strumenti finanziari per generare un impatto forte sulle imprese che si presentano al mercato.
Volendo analizzare alcuni contenuti specifici del decreto, sicuramente il voto maggiorato così come recepito può aiutare a battere la concorrenza olandese, ma servono applicazioni pratiche non finalizzate a mantenere la governance come «diritto di nascita», ma combinate con proposte utili a tutelare l’investitore di mercato; per esempio, conferendo alle azioni ordinarie una precedenza nella distribuzione di dividendi o abbinando la titolarità della partecipazione di azioni a voto maggiorato alla qualificazione di parte della partecipazione a price adjustment shares, utili a tutelare il valore delle azioni ordinarie. Allo stesso modo, è benvenuta la semplificazione delle procedure di quotazione, che confidiamo determini una sensibile contrazione dei tempi di approdo in Borsa e un rispetto delle timeline operativa. Questo, oltretutto, interromperebbe anche una ricorrente pratica di import/export di prospetti informativi che stanno avvantaggiando le piazze nordeuropee.
Reputo positivo l’innalzamento della classificazione di Pmi a società fino a un miliardo di capitalizzazione, purché non renda ancora più difficile l’accesso a capitali per le società più piccole. Interessante anche l’esclusione dei limiti di proposta fuori sede riferiti agli aumenti di capitale di dimensione da 250mila euro, che potrebbero agevolare la formazione di club deal e aumenti di capitali in favore di una più diretta interlocuzione tra ente emittente e investitori (family office, holding di partecipazioni). Auspico anche l’equiparazione ad istituzionali di casse ed enti previdenziali privati possa smuovere capitali di queste importanti entità a sostegno di imprese autoctone nella naturale logica di sostegno allo sviluppo delle Pmi, che sono poi direttamente e indirettamente i «datori di lavoro» attuali e futuri degli iscritti.
Rispetto all’introduzione di un programma di educazione finanziaria spero che finalmente farà comprendere ai ragazzi delle scuole, illustrandone i princìpi e i punti cardini, che la finanza non è nemica dell’impresa ma è essenziale, poiché collega il risparmio all’impresa attraverso iniezioni di capitali costruttivi e la declinazione di strumenti alla performance di impresa. Quanto fatto è, quindi, un primo passo che va nella direzione giusta, anche se manca ancora qualcosa di importante, se non risolutivo. Se è bene incentivare le Pmi ad aprirsi ad investitori e alleggerire e velocizzare il processo autorizzativo all’avvio di strumenti finanziari al mercato, bisogna anche aumentare gli investitori sul mercato di trattazione piccole e medie imprese, vanno moltiplicati e frazionati gli investitori idonei a sostenere investimenti in asset illiquidi, quali sono le nostre Pmi da matricole o nei primi anni da quotate. Vanno istituzionalizzati i fondi alternativi che operano da Cornerstone investor in pre-quotazone e quotazione, le formule di prebook evolute dall’esperienza delle spac, le holding e i family office attivi come investitori. Così come sono da promuovere gli Eltif, favorendo quelli di dimensione sotto i 100 milioni di raccolta, o introducendo una sorta di obbligo a investire una certa percentuale della raccolta di quelli più grandi anche in società sotto i 200 milioni di market cap, soprattutto ora che la soglia per le società elegibili per gli Eltif è stata innalzata a 1.000 milioni di capitalizzazione. Andrebbero, infine, favorite le holding di investimento agevolando inedite partnership con advisor e gestori qualificati; ad esempio alleanze tra holding e professionisti di private equity, gestione e finanza, per ampliare e istituzionalizzare questa tendenza, promuovendo anche la qualificazione di questi soggetti (se dotati di determinate caratteristiche) a investitori istituzionali per favorire la formazione di flottante all'Ipo o su società quotate non particolarmente liquide su cui investire capitale, favorendo costituzione di board misto per l'indirizzo di investimenti su società non controllate o l'esercizio di diritti di coinvestimento correlati all'adesione a fondi specialistici.
L'auspicio vero è quello di dare sostanza ad ecosistemi sempre più ampi per portare gli investitori a sostenere anche «private investment in public equity». Se solo i fondi private equity, che in Italia non mancano nella dimensione tra 100 e 500 milioni di raccolta, cogliessero lo spunto di alcune tecniche innovative per trovare appetibilità anche in investimenti strutturati su società quotate, avremmo un bacino molto importante di capitali indirizzabili. Ci sono molti esempi (citando Sesa, IWB, Pharmanutra, Digital Value, Magis) di quanto possa essere redditizio in termini di multipli investendo nelle nostre Pmi, agevolandone l’ingresso al listino e sostenendone lo sviluppo dei progetti con una formazione attenta anche alla costruzione di valore sul mercato. Oggi dobbiamo replicare questa esperienza, diffonderla, renderla fruibile a livello sistemico, dando sostanza ad ecosistemi sempre più ampi e strutturati.


