Il mercato

Così le tlc europee finiscono nella morsa dei 100 concorrenti

Le grandi compagnie mobili sono 45 in Europa, contro le otto degli Usa, le quattro di Cina e Giappone e le tre della Corea del Sud. Investimenti record (che sfiorano circa 60 miliardi) e ritorni sul capitale dimezzati

di Andrea Biondi

“TLC: cercare aziende con minori investimenti e maggiori ricavi”

3' di lettura

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In Europa, fra Mno e Mvno, fra operatori infrastrutturati e virtuali, si arriva a oltre 100 telco. Secondo quanto riportato nel suo report “State of Digital Communications 2024” da Etno, l’associazione che rappresenta i principali operatori di Tlc europei, solo le compagnie mobili con oltre 500mila clienti sono 45 nel Vecchio Continente, contro le 8 degli Usa, le 4 di Cina e Giappone e le 3 della Corea del Sud.

La tempesta perfetta

Risultato di questa proporzione: una «tempesta perfetta» generata da ricavi in calo, concorrenza fortissima e conti messi in tensione da ingenti investimenti legati alla costruzione alle reti in fibra ottica, al pagamento delle frequenze 5G e delle reti mobili di nuova generazione.

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Il piano Tim per separare rete dai servizi che ad ora si è scontrato con una débâcle di Borsa senza precedenti (si veda altro articolo in pagina) si inserisce evidentemente in un quadro in cui è, ormai da tempo, individuato il grande male delle Tlc in Europa: in questa proliferazione di operatori che finisce per generare un circolo vizioso fatto di investimenti record (che sfiorano circa 60 miliardi) e ritorni sul capitale dimezzati. Il comparto delle Tlc europeo soffre rispetto a quelli statunitense e asiatico: nel 2017 il ritorno sul capitale era infatti del 9,1%, mentre nel 2022 è sceso al 5,8%, a dimostrazione che è sempre più difficile per le compagnie telefoniche in Europa generare ritorni adeguati.

Concorrenza e investimenti

È così una delle conclusioni cui si arriva, leggendo i risultati della ricerca di Etno, è che la forte pressione concorrenziale che caratterizza il mercato nel Vecchio Continente finisce per impedire alle telco di investire con la stessa velocità che caratterizza altri Paesi, complice anche il forte aumento dell’inflazione.

Tutto questo mentre la necessità di investire diventa preminente. Guardando ad esempio alla diffusione delle reti fisse a banda ultralarga, l’Europa ha raggiunto il 79,5% di copertura “gigabit-capable” nel 2023, contro il 97% della Corea del Sud, l’89,6% degli Stati Uniti e l’81,4% del Giappone. La copertura Ftth della popolazione europea ha raggiunto il 63,4% nel 2023, rispetto al 55,6% dell’anno precedente. Passando al 5G, solo 10 reti su 114 in Europa risultano essere “5G standalone”, vale a dire native. L’Europa finisce, infine, per essere in ritardo rispetto all’Asia e al Nord America anche per quanto riguarda l’edge cloud.

Riuscire a ridurre il landscape competitivo è sempre di più considerata un’emergenza. Non a caso in dieci anni la contrazione media a livello Ue dei prezzi di fisso e mobile è stata del 14% ma in Italia la situazione, se possibile, è risultata ancora più pesante, con i prezzi che sono calati del 34 per cento.

Lo scenario italiano

Inevitabile pensare all’Italia come osservata speciale in questa fase. Lo è per l’operazione Fastweb-Vodafone Italia (con la vendita di quest’ultima a Swisscom) che secondo fonti consultate dal Sole 24 Ore sarebbe in dirittura d’arrivo. E lo è anche per l’operazione, che non ha a livello europeo altri esempi al momento, dello scorporo della rete Tim, funzionale, secondo i piani del management, a ridurre il debito e a consegnare al mercato una ServCo in grado di dare battaglia. Una società dei servizi che certamente rappresenta un player non da poco. Se come boccone o come cacciatore si vedrà.

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