Banche

Citi cancella i programmi di inclusione sotto le pressioni di Trump

La ceo Jane Fraser assicura che i valori aziendali non cambieranno e si continuerà a valorizzare le diversità

di Monica D'Ascenzo

3' di lettura

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E venne la volta di Citigroup. Gli annunci di grandi gruppi che cancellano i programmi di tema di diversity e inclusion sono ormai quotidiani. Le pressioni dell’amministrazione Trump stanno portando i loro frutti anche in ragione del fatto che mantenere i programmi DEI porta le aziende ad essere escluse dalle commesse del governo. Se si vuole lavorare, commentano i manager in privato, è necessario fare un passo indietro. Almeno a livello pubblico.

Il caso Citi

«I recenti cambiamenti normativi negli Stati Uniti, inclusi i nuovi requisiti per i fornitori del governo federale, richiedono adeguamenti ad alcune delle strategie globali utilizzate per attrarre e supportare talenti da background differenti. Sebbene il nostro obiettivo sia mantenere una coerenza globale, il rispetto delle normative locali potrebbe richiedere approcci differenti a seconda del Paese». L’amministratrice delegata di Citi, Jane Fraser, ha spiegato con queste parole, in una lettera inviata a tutti i dipendenti, la decisione del gruppo bancario americano di rivedere i programmi di diversità e inclusione.

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Nello specifico ha annunciato: «Non manterremo più obiettivi di rappresentanza aspirazionali, salvo ove richiesto dalla normativa locale. Non sarà più obbligatorio garantire candidature o commissioni di selezione diversificate, anche se continueremo a incoraggiare la presenza di prospettive diverse nei processi di assunzione e a ricercare talenti dai bacini più ampi disponibili». Inoltre il team “Diversity, Equity and Inclusion and Talent Management” verrà ribattezzato come “Talent Management and Engagement”. Cambiamenti che potrebbero non essere terminati, perché ulteriori aggiornamenti potrebbero seguire nelle prossime settimane a seguito della «rapida evoluzione del contesto normativo».

La ceo, nella sua comunicazione, ha però voluto sottolineare alcuni capi saldi delle strategie del gruppo: «Da sempre abbiamo sottolineato i benefici derivanti da una forza lavoro eterogenea in termini di background, esperienze e prospettive, poiché ciò ci consente di offrire un servizio più efficace» spiega Fraser, ricordando che: «Assicurarci che i migliori talenti vogliano entrare in Citi è essenziale per il nostro obiettivo di garantire performance solide e avanzare nella nostra trasformazione aziendale». In secondo luogo ha voluto rassicurare: «Il nostro impegno per un ambiente di lavoro inclusivo rimane saldo, perché crediamo che permettere a ciascun collega di dare il meglio sia fondamentale per il nostro successo». Infine Citi continuerà a celebrare la diversità culturale della nostra forza lavoro globale.

Nell’affermare che il gruppo bancario si adegua alle nuove normative americane, Fraser ha colto l’occasione anche per ricordare che «rispettare la legge significa continuare a garantire pari opportunità di impiego, senza tollerare discriminazioni o molestie di alcun tipo». In altre parole, i programmi di DEI possono anche essere cancellati ma i valori aziendali resteranno quelli perseguiti negli ultimi decenni. Tanto che la nota termina così: «Sappiamo che l’adattamento ai cambiamenti può talvolta essere complesso, ma i valori fondamentali che rendono Citi ciò che è non cambieranno».

Gli obiettivi cancellati

Nel 2022, Fraser aveva fissato l’obiettivo di aumentare al 11,5% la quota di dipendenti neri in ruoli dal vice presidente associato al managing director negli Stati Uniti, a Porto Rico e in Canada. A livello globale, la banca puntava a incrementare la presenza femminile in queste posizioni al 43,5%, rispetto al 40,6% registrato a fine 2021. Target che al momento vengono messi da parte a favore di policy più in linea con la nuova amministrazione Trump.

Un trend generalizzato

La svolta di Citigroup si inserisce in un trend più ampio tra le aziende statunitensi, che stanno ridimensionando le iniziative di diversità a seguito delle pressioni politiche e legali. Fra le grandi banche Usa aveva fatto un annuncio in questa direzione già Goldman Sachs solo la scorsa settimana. Società di consulenza come Accenture Plc, Booz Allen Hamilton Holding, Kpmg e Deloitte hanno poi recentemente abbandonato obiettivi simili, citando tutti l’ordine esecutivo di Trump che vieta programmi di diversità per i contraenti federali. Molte grandi imprese per altro avevano già iniziato a rivedere le loro strategie in tema di diversità e inclusione in materia dopo che la Corte Suprema ha annullato l’azione affermativa nelle ammissioni universitarie nel giugno 2023.

Subito dopo l’insediamento Trump, d’altra parte, ha abrogato 78 ordini esecutivi firmati da Joe Biden, tra cui almeno una dozzina di misure a sostegno dell’equità razziale e della lotta contro le discriminazioni di persone gay e transgender. È stato, quindi, da subito chiaro che fra le priorità politiche del neo presidente ci fosse lo smantellamento totale della cultura dell’inclusione, che si è andata affermando negli ultimi decenni, basata sulle azioni positive (affirmative action), vale a dire un insieme di misure volte a favorire l’accesso all’istruzione e al lavoro per le minoranze e le donne.


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