Diritti civili Usa

Diversità, equità e inclusione nel mirino della nuova America

È iniziato subito, con decine di ordini esecutivi, lo smantellamento delle politiche attive anti discriminazione da parte della nuova amministrazione Trump

di Monica D'Ascenzo

  (Photo by Beata Zawrzel/NurPhoto via Getty Images)

9' di lettura

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«The cosmic object you were looking for has disappeared beyond the event horizon». L’oggetto cosmico che stavi cercando è scomparso oltre l’orizzonte degli eventi, è il messaggio che compare nella pagina diversity & inclusion sul sito della Nasa (come in diverse altre pagine di agenzie federali) dopo l’insediamento di Donald Trump e la serie di ordini esecutivi, quasi giornalieri, che hanno come oggetto le politiche di diversità. Trump ha abrogato 78 ordini esecutivi firmati da Joe Biden, tra cui almeno una dozzina di misure a sostegno dell’equità razziale e della lotta contro le discriminazioni di persone gay e transgender. È stato, quindi, da subito chiaro che fra le priorità politiche del neo presidente ci fosse lo smantellamento totale della cultura dell’inclusione, che si è andata affermando negli ultimi decenni, basata sulle azioni positive (affirmative action), vale a dire un insieme di misure volte a favorire l’accesso all’istruzione e al lavoro per le minoranze e le donne. Introdotta come risposta governativa alle discriminazioni storiche subite da gruppi diversi per etnia, genere, orientamento sessuale, età e disabilità, si è da lungo tempo concretizzata attraverso politiche, programmi e procedure che prevedono forme di preferenza nelle assunzioni, nelle ammissioni agli istituti di istruzione superiore, nell’assegnazione di appalti pubblici e in altri ambiti di welfare sociale. In questo ambito rientrano, ad esempio, le quote di genere negli organi societari oppure le quote etniche previste per le immatricolazioni nelle università. Più in generale, però, sono tutte le iniziative a favore della diversità ad essere nel mirino dei primi provvedimenti del nuovo presidente statunitense.

Il messaggio è chiaro: il presidente Trump ha promesso una società «priva di discriminazioni razziali e basata sul merito», associando però al contempo la diversità all’incompetenza, come è avvenuto in occasione dell’incidente aereo di Washington che ha visto la morte di 67 persone: «La Faa sta assumendo lavoratori che soffrono di gravi disabilità intellettuali, problemi psichiatrici e altre condizioni mentali e fisiche nell’ambito di una iniziativa di assunzioni per la diversità e l’inclusione definita dal sito web dell’agenzia» ha detto Trump, mentre i controllori aerei dovrebbero essere «geni con talento naturale». La strategia politica trumpiana ha evidentemente uno dei suoi pilastri nella lotta alla DEI (diversity, equity and inclusion): «È importante però differenziare il segnale politico dalla dimensione legale. Non è detto che tutti questi ordini esecutivi vadano a buon fine, perché il sistema statunitense ha una serie di contrappesi, che hanno consentito alla democrazia di sopravvivere alle onde della storia» osserva Carla Bassu, ordinaria di Diritto pubblico comparato nell’Università di Sassari.

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I passaggi di consegne tra presidenti

Il passaggio di consegne tra amministrazioni democratiche e repubblicane ha sempre visto una serie di cambiamenti di rotta su priorità politiche diverse. E la Divisione per i diritti civili ha da sempre subito importanti cambiamenti: durante il George W. Bush, ad esempio, la divisione ha concentrato le risorse sulla lotta alla discriminazione religiosa, mentre dopo sotto l’amministrazione di Barack Obama è stata data la priorità alla prevenzione della discriminazione razziale ed etnica.

A poche ore dal giuramento come presidente degli Stati Uniti, Joe Biden firmò 17 ordini esecutivi per smantellare alcune decisioni prese dalla precedente amministrazione di Donald Trump: diede il via al processo per reintegrare gli Stati Uniti negli accordi sul clima di Parigi; rafforzò il programma a favore degli immigrati irregolari arrivati negli Stati Uniti da bambini insieme ai propri genitori; revocò l’ordine esecutivo di Trump che limitava la possibilità delle agenzie federali, delle aziende e di altre istituzioni di tenere corsi sulla diversità e sull’inclusione; avviò la formazione di un’agenzia che si occupasse di combattere il razzismo all’interno delle organizzazioni federali; rafforzò una legge del 1964, che vietava al governo federale di discriminare le persone sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere. Ora tra quelli che vengono definiti “rollback”, Trump ha annullato due ordini esecutivi che Biden aveva firmato proprio il suo primo giorno in carica quattro anni prima: quello relativo all’equità razziale per le comunità e quello sulla discriminazione basata sull’identità di genere o sull’orientamento sessuale. «Questa settimana, porrò anche fine alla politica del governo di cercare di progettare socialmente razza e genere in ogni aspetto della vita pubblica e privata» ha dichiarato Trump, continuando: «Torneremo a una società che sia ’senza colori’ e basata sul merito»

La questione di genere

«Proteggerò le donne americane che loro lo vogliano o meno». Era la fine di ottobre, in pieno rush finale della campagna elettorale e Donald Trump si ergeva a difensore di tutto il genere femminile. All’insediamento del 20 gennaio ha dato seguito a quella “promessa” firmando in prima istanza un ordine esecutivo dal titolo: «Difendere le donne dall’estremismo dell’ideologia di genere e ripristinare la verità biologica nel governo federale», in cui in nome della difesa delle donne si attacca tutta la cultura di genere, il linguaggio inclusivo della comunità Lgbtq+, le iniziative e i fondi destinati ai programmi di cultura non binaria.

D’altra parte proprio le prime ore del nuovo mandato di Trump hanno visto una serie di iniziative volte ad azzerare tutti i programmi di diversità e inclusione, di cui beneficiavano anche le donne. Azioni positive, come si diceva, messe in atto per «garantire condizioni eque di partenza supportando persone svantaggiate per questioni di genere, etnia, origine, religione.

Negli Stati Uniti le affirmative action sono riuscite a colmare i gap che impedivano a determinate categorie sociali o di origini etniche di raggiungere obiettivi che risultavano agevolati per categorie di base privilegiate» sottolinea Carla Bassu, autrice del libro in uscita in primavera dal titolo “Libertà fondamentali e regressione costituzionale. Perché i diritti non sono conquiste irreversibili” (edizione Il Mulino), che nello specifico sulle differenze di genere osserva: «Trump sta assumendo un approccio paternalistico che non corrisponde all’impostazione liberale degli Stati Uniti. Affermare di voler “difendere le donne” agli occhi di giurista appare in controtendenza rispetto alla tradizione liberista, perché in questo modo il presidente si arroga il diritto di decidere che cosa sia meglio per le donne».

E proprio in ragione della tradizione liberale del Paese, le quote di genere nella definizione ad esempio degli organi societari delle aziende hanno avuto meno fortuna che in Europa. Negli anni, però, gli studi hanno evidenziato come la diversità non solo nei board ma anche ai vertici delle aziende portasse a risultati migliori e molte aziende quotate hanno deciso di adottare al loro interno programmi che valorizzassero i talenti femminili. A livello sistemico il Nasdaq aveva introdotto come regolamento che le società quotate dovessero comunicare pubblicamente la composizione dei loro board indicando il livello di diversità dei membri e spiegando le ragioni per le quali eventualmente la diversità non fosse stata tenuta in conto nell’identificare gli amministratori del cda. Una norma contro la quale hanno fatto ricorso alcuni gruppi conservatori, che nel dicembre scorso hanno ottenuto pronunciamento a loro favore da parte della Corte d’Appello. Il Nasdaq ha deciso di non fare ricorso contro la sentenza e ha comunicato alle società di non tener più conto del regolamente relativo ai principi di diversità nella composizione dei board.

La decisione è arrivata in un contesto complessivo che si stava già muovendo in quella direzione. Durante la campagna elettorale diverse aziende, quali Walmart, Ford, Harley Davidson e Jack Daniels, hanno anticipato il trend decidendo di dismettere i propri programmi di diversity e inclusion. E dopo la vittoria di Trump altre ancora si sono unite alla schiera di quanti non vedono più nella DEI uno dei loro principi fondanti: da big tech come Meta a gruppi capillari come McDonald’s. Il fatto poi che investitori istituzionali del calibro di Blackrock (che a gennaio per altro ha lasciato la Net Zero Asset Managers Initiative, l’organizzazione internazionale, nata sulla scia della Cop 26 di Glasgow, che riunisce i principali protagonisti nel mercato dell’asset management attivi nel contenimento della crisi climatica) e Vanguard non abbiano più fra i criteri discriminanti per scegliere le imprese in cui investire i principi di diversity, sta cambiando profondamente l’evoluzione della governance delle società quotate. Anche se non tutti si sono piegati al nuovo corso, come Apple, Costco, Jp Morgan e Goldman Sachs, in un confronto a distanza che continuerà sulle strategie di governance delle società.

La cancellazione della comunità Lgbtq+

«È politica degli Stati Uniti riconoscere l’esistenza di due sessi, maschile e femminile. Questi sessi non sono modificabili e si basano su una realtà fondamentale e incontrovertibile». Con poche parole Donald Trump ha messo fine ad anni di dibattiti e confronti su un tema delicato e ancora in via di definizione non solo dal punto di vista politico, ma anche psicologico, medico e sociale. E dal momento che l’informazione è potere, il primo passo è stato quello di procedere a cancellare l’accesso ai dati: diverse agenzie sanitarie pubbliche hanno eliminato le pagine web relative alla salute di persone Lgbtq+, alle malattie sessualmente trasmissibili e alle questioni di genere. In particolare molte pagine dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC) ora mostrano messaggi di errore e sul sito dell’agenzia è comparso un avviso con un banner giallo che recita: «Il sito web del CDC è in fase di modifica per conformarsi agli Ordini Esecutivi del Presidente Trump».

L’ordine esecutivo, inoltre, richiede che il governo usi il termine “sesso” piuttosto che “gender”, mentre impone che i documenti di identificazione emessi dal governo, compresi passaporti e visti, siano basati su ciò che ha descritto come «la classificazione biologica immutabile di un individuo come maschio o femmina».

Non solo. Secondo quanto riportato il CDC ha richiesto ai propri scienziati e ricercatori di ritirare o sospendere la pubblicazione di qualsiasi paper di ricerca relativo a questioni Lgbtq+ considerato per la pubblicazione da qualsiasi rivista medica o scientifica, non solo dai propri periodici interni. L’obiettivo è quello di eliminare definitivamente dalla ricerca scientifica «i termini proibiti».

Nel dettaglio ai ricercatori del CDC è stato richiesto di rimuovere i riferimenti o le menzioni di un elenco di termini quali: «Genere, transgender, persona incinta, persone incinte, Lgbt, transsexual, non binari, non binario, assegnato maschio alla nascita, assegnato femmina alla nascita, biologicamente maschio, biologicamente femminile», secondo un’e-mail inviata ai dipendenti del CDC di cui è stato pubblicato uno screenshot dalla rivista Inside Medicine.

Dati e termini cancellati per far scomparire la questione dall’agenda sanitaria del Paese. Ma le azioni sono anche più concrete. Come previsto dagli ultimi ordini esecutivi, i fondi federali non saranno utilizzati per promuovere “l’ideologia di genere”. L’amministrazione Trump cercherà anche di limitare la portata di una vittoria fondamentale per i diritti dei transgender che risale al 2020: la sentenza della Corte Suprema Bostock v Clayton, in cui l’alta corte ha rilevato che le protezioni dei diritti civili contro la discriminazione «sulla base del sesso» si applicano sia alla sessualità sia all’identità di genere.

Il diritto di cittadinanza per nascita

Fra tutti gli ordini esecutivi firmati in occasione dell’insediamento da Trump certamente il più eclatante è quello che cancella il diritto di cittadinanza statunitense per nascita, il cosiddetto ius soli o birthright citizenship. L’obiettivo della misura è quello di negare la concessione della cittadinanza ai figli dei migranti che si trovano negli Stati Uniti illegalmente o con visti temporanei.

I giuristi, però, concordano nel sottolineare che la cittadinanza per diritto di nascita è sancita dalla Costituzione degli Stati Uniti e richiederebbe un voto di due terzi in entrambe le camere del Congresso per cambiare.

«È importante differenziare il segnale politico dalla dimensione legale. Non è detto che tutti questi ordini esecutivi vadano a buon fine, perché c’è il paletto della Costituzione, che riconosce principi molto chiari in termini di eguaglianza ed equità. Nel sistema di common law statunitense, poi, i giudici hanno anche un ruolo creativo. Ogni singolo giudice può disapplicare una norma che ritiene incostituzionale. Questo crea un movimento del diritto e dei precedenti a cui riferirsi» sottolinea Bassu. E ventidue Stati a guida democratica hanno già fatto ricorso contro la norma e un giudice ha già provveduto alla sospensione temporanea.

La disabilità messa in un angolo

Dalla raffica di primi provvedimenti sembrava escluso il tema della disabilità, che non è stato affrontato frontalmente come altri. In realtà, come in una pesca a strascico, nella rete sono finite anche le iniziative dedicate alle persone con disabilità.

Il sito con la guida per l’integrazione e l’inclusione delle diversità realizzato dal team di Sara Minkara, consigliere speciale degli Stati Uniti sui diritti internazionali dei disabili presso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, è stato cancellato come gli altri, con un colpo di spugna sul lavoro fatto negli ultimi quattro anni compresa la partecipazione al primo G7 della disabilità che si è tenuto nel 2024 in Italia.

Dalle ultime dichiarazioni di Trump, in occasione dell’incidente aereo di Washington, risulta evidente la considerazione del tema, dal momento che ha accusato le amministrazioni Obama e Biden dell’assunzione nell’aviazione di «persone non qualificate, con disabilità fisiche o psichiche». E per chi opera sulle disabilità è stato chiaro che non essere nel mirino dei primi provvedimenti, non vuol dire essere in salvo.

Usa, Donald Trump accusa Biden e Obama dello schianto aereo a Washington
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