Il filo conduttore

Borse, bond e superdollaro. Così le Banche centrali hanno messo ko i mercati

Il volo dei rendimenti, la disfatta delle azioni, il terremoto sulle valute: tutto (o quasi) nasce dall’atteggiamento sempre più aggressivo di Fed, Bce e soci sui tassi

di Maximilian Cellino

La Borsa, gli indici del 23 settembre 2022

4' di lettura

4' di lettura

Borse sull’orlo del precipizio, rendimenti obbligazionari in fibrillazione e dollaro sul punto di sferrare un colpo da knock-out alle altre divise mondiali. Sembra proprio un disco rotto quello suonato a ripetizione dai mercati finanziari in questa settimana cruciale per gli investitori, densa com’era di appuntamenti con le Banche centrali (e non solo loro) a fare da protagonista.

L’aggressività dei banchieri centrali

Volendo trovare un filo conduttore unico per raccontare la trama ordita sui mercati giorno dopo giorno è in effetti proprio l’atteggiamento sempre più aggressivo mostrato da chi governa le politiche monetarie a muovere in serie tutti gli ingranaggi. Il fatto che il punto d’arrivo dei tassi per la Federal Reserve possa spostarsi più in alto (fino al 4,75% secondo le attuali proiezioni dei membri del board della banca Usa) spinge per esempio i rendimenti dei bond, costringe gli operatori a correggere il premio al rischio richiesto per investire in azioni e manda in orbita il biglietto verde.

Loading...

Non si tratta certo dell’unico elemento che condiziona gli investitori, visto che i segnali di recessione in arrivo sono sempre più evidenti (gli indici Pmi europei sono ulteriormente scesi sotto il livello spartiacque di 50 punti che separa la crescita dalla contrazione economica) e che la decisione della Gran Bretagna di ridurre le tasse ha di sicuro creato ulteriore nervosismo. La marcia dei tassi (e la fiammata dell’inflazione da spegnere, che l'ha originata) è però il tratto distintivo, non solo di questa settimana ma di tutto il 2022 che verrà certamente ricordato in futuro.

Bund (e BTp) senza barriere

Lo è ovviamente per il mondo dei titoli di Stato, dove in Europa si è assistito all’abbattimento di una nuova barriera, il 2% per il Bund decennale per la prima volta da oltre 10 anni, che porta con sé una serie di conseguenze a catena. Il BTp con analoga scadenza si è per esempio riportato al 4,35%, superando i livelli raggiunti a metà giugno. Allora, va detto, lo spread era su livelli superiori rispetto ai 233 punti base a cui si è fermato il 23 settembre, tanto per ricordare la «tregua» che gli investitori internazionali hanno accordato al nostro Paese in vista del voto di domenica e che verrà vagliata attentamente soprattutto quando il nuovo Governo entrerà in carica e inizierà ad operare.

Goldman vede nero per Wall Street

Negli Stati Uniti, per rimanere sempre in tema obbligazionario, i Treasury viaggiano al 3,73% sulla scadenza decennale e addirittura al 4,19% sui 2 anni, con un’inversione della curva sempre più marcata per riflettere da una parte l’atteggiamento sempre più aggressivo della Fed e dall’altra una recessione che appare ormai inevitabile. Dai bond alle azioni il passo può a volte essere però breve: «L’andamento atteso dei tassi di interesse è ora superiore a quanto ipotizzato in precedenza e il nuovo scenario che adesso incorporiamo nel nostro modello di valutazione supporta un rapporto fra prezzi e utili di 15 volte rispetto al precedente di 18 volte e implica un obiettivo a fine anno per l’indice S&P 500 di 3.600», avverte Goldman Sachs.

Per la banca d’affari Usa l’indice principale di Wall Street, che prima veniva proiettato a 4.300 punti a dicembre, potrebbe perdere dunque un ulteriore 5%, prima riprendersi (forse) nei sei mesi successivi e tornare a quota 4.000. I grandi operatori stanno dunque rifacendo i conti, inglobando i nuovi scenari economici, ma anche politici. «Fino a poco tempo fa le valutazioni azionarie hanno seguito da vicino i tassi di interesse reali, che sono saliti dallo 0,4% all’1,3% nell’ultimo mese e potrebbero raggiungere l’1,5% entro fine anno», aggiunge Goldman Sachs, ricordando come questi ultimi (i tassi corretti per effetto dell’inflazione) fossero addirittura negativi dell’1% all’inizio del 2022, quando l’indice S&P 500 aveva raggiunto il massimo storico a 4.800 punti e i suoi titoli avevano un rapporto P/E di 21. L’ulteriore ribasso di New York e la disfatta dell’Europa (dove Piazza Affari ha ceduto il 3,4%, Parigi il 2,3% e Francoforte il 2%) vanno proprio nella direzione di quel riequilibrio.

La discesa (senza fine) dell’euro

Il tema del dollaro forte non sfugge alla logica di una Fed arrembante, ma quando si parla di euro (che il 23 settembre ha raggiunto nuovi minimi ventennali scivolando sotto la soglia di 0,98) anche la debolezza del Vecchio Continente ha il suo peso, non certo di indifferente. «Nel caso di un’interruzione totale delle forniture di gas russo e di un ulteriore razionamento in Europa – avverte Vincent Mortier, Group Chief Investment Officer di Amundi - l’impatto negativo sui fondamentali si estenderebbe ulteriormente, portando il cambio a scendere sotto il nostro obiettivo di breve termine di 0,94 e ad avvicinarsi addirittura ai livelli visti nei primi anni 2000».

Pochi sul mercato sembrano disposti a scommettere sul contrario, e lo conferma anche il fatto che le posizioni «lunghe» nei confronti del biglietto verde restano ai massimi secondo i dati pubblicati dalla Commodity Futures Trading Commission (Cftc), ma qualcuno che prova a remare controcorrente lo si trova. «Attenzione a proiettare automaticamente nel futuro la recente solidità del dollaro», mette in guardia Julian Marx, Research Analyst di Flossbach von Storch, ricordando che «i tassi d’interesse Usa dovranno inevitabilmente invertire la rotta quando inizieranno a soffocare il mercato immobiliare o a frenare la crescita economica generale» e segnalando anche come possibili elementi di svolta in negativo elementi di ordine politico (con le elezioni di metà mandato in arrivo) e un indebitamento complessivo (famiglie, aziende e Stato) ancora leggermente superiore rispetto a quello dell’Eurozona. Resta in ogni caso cruciale capire se, e soprattutto quando, questo cambio di scenario potrà essere realtà.

Riproduzione riservata ©
  • Maximilian Cellino

    Maximilian CellinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese, tedesco

    Argomenti: Mercati finanziari, politiche monetarie, risparmio gestito, investimenti, fonti alternative di finanziamento, regolamento del sistema finanziario

    Premi: Premio State Street 2017 per il giornalista dell'anno - Categoria Innovazione

Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti