Borse, bond e superdollaro. Così le Banche centrali hanno messo ko i mercati
Il volo dei rendimenti, la disfatta delle azioni, il terremoto sulle valute: tutto (o quasi) nasce dall’atteggiamento sempre più aggressivo di Fed, Bce e soci sui tassi
di Maximilian Cellino
4' di lettura
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Borse sull’orlo del precipizio, rendimenti obbligazionari in fibrillazione e dollaro sul punto di sferrare un colpo da knock-out alle altre divise mondiali. Sembra proprio un disco rotto quello suonato a ripetizione dai mercati finanziari in questa settimana cruciale per gli investitori, densa com’era di appuntamenti con le Banche centrali (e non solo loro) a fare da protagonista.
L’aggressività dei banchieri centrali
Volendo trovare un filo conduttore unico per raccontare la trama ordita sui mercati giorno dopo giorno è in effetti proprio l’atteggiamento sempre più aggressivo mostrato da chi governa le politiche monetarie a muovere in serie tutti gli ingranaggi. Il fatto che il punto d’arrivo dei tassi per la Federal Reserve possa spostarsi più in alto (fino al 4,75% secondo le attuali proiezioni dei membri del board della banca Usa) spinge per esempio i rendimenti dei bond, costringe gli operatori a correggere il premio al rischio richiesto per investire in azioni e manda in orbita il biglietto verde.
Non si tratta certo dell’unico elemento che condiziona gli investitori, visto che i segnali di recessione in arrivo sono sempre più evidenti (gli indici Pmi europei sono ulteriormente scesi sotto il livello spartiacque di 50 punti che separa la crescita dalla contrazione economica) e che la decisione della Gran Bretagna di ridurre le tasse ha di sicuro creato ulteriore nervosismo. La marcia dei tassi (e la fiammata dell’inflazione da spegnere, che l'ha originata) è però il tratto distintivo, non solo di questa settimana ma di tutto il 2022 che verrà certamente ricordato in futuro.
Bund (e BTp) senza barriere
Lo è ovviamente per il mondo dei titoli di Stato, dove in Europa si è assistito all’abbattimento di una nuova barriera, il 2% per il Bund decennale per la prima volta da oltre 10 anni, che porta con sé una serie di conseguenze a catena. Il BTp con analoga scadenza si è per esempio riportato al 4,35%, superando i livelli raggiunti a metà giugno. Allora, va detto, lo spread era su livelli superiori rispetto ai 233 punti base a cui si è fermato il 23 settembre, tanto per ricordare la «tregua» che gli investitori internazionali hanno accordato al nostro Paese in vista del voto di domenica e che verrà vagliata attentamente soprattutto quando il nuovo Governo entrerà in carica e inizierà ad operare.
Goldman vede nero per Wall Street
Negli Stati Uniti, per rimanere sempre in tema obbligazionario, i Treasury viaggiano al 3,73% sulla scadenza decennale e addirittura al 4,19% sui 2 anni, con un’inversione della curva sempre più marcata per riflettere da una parte l’atteggiamento sempre più aggressivo della Fed e dall’altra una recessione che appare ormai inevitabile. Dai bond alle azioni il passo può a volte essere però breve: «L’andamento atteso dei tassi di interesse è ora superiore a quanto ipotizzato in precedenza e il nuovo scenario che adesso incorporiamo nel nostro modello di valutazione supporta un rapporto fra prezzi e utili di 15 volte rispetto al precedente di 18 volte e implica un obiettivo a fine anno per l’indice S&P 500 di 3.600», avverte Goldman Sachs.


