Borsa, la sfida di attirare le Pmi per dare nuova spinta al listino
Sono state solamente 40, negli ultimi dieci anni, le Ipo sul mercato principale - Estesa la nozione di piccola e media all’impresa che capitalizza fino a 1 miliardo
di Matteo Meneghello
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Un listino più ampio, capace di accogliere i migliori campioni dell’economia reale italiana e, allo stesso tempo, in grado di mantenere la propria attrattività nel tempo. Uno dei principali problemi del mercato dei capitali italiano, accentuato negli ultimi anni, è la capacità di mantenersi competitivo sia nei confronti di altre piazze finanziarie europee e mondiali, sia di altri strumenti alternativi di finanziamento.
Sono state circa quaranta, negli ultimi dieci anni, le Ipo sul mercato principale italiano, un numero giudicato troppo esiguo dagli attori del sistema. Per contro, i delisting sono stati invece circa un centinaio, e in termini di valore il saldo tra Ipo e delisting è stato negativo per circa 46 miliardi di euro (per non parlare delle società che hanno scelto direttamente la strada della quotazione su mercati stranieri). A questa cifra va aggiunto il valore delle società che hanno deciso di trasferire all’estero la sede sociale, paria circa 50 miliardi di euro. Per questa ragione, è ragionevole stimare in circa 100 miliardi di euro, nell’ultimo decennio, il valore del depauperamento della parte italiana del listino, vale a dire poco meno del 16% della capitalizzazione totale media del periodo preso in esame.
Il Ddl capitali, in linea con le indicazioni del Libro Verde, ha cercato di fornire risposte a questa atrofizzazione, connessa al problema del crescente disinteresse delle Pmi italiane - fatta eccezione per l’Egm, dedicato a progetti di dimensione limitata - alla quotazione sui mercati finanziari. Un percorso, quello prefigurato dal Governo, che punta a muoversi in parallelo con le riforme promosse in questa direzione da Consob e soprattutto da Borsa italiana, che vuole sfruttare la sua appartenenza al Gruppo paneuropeo Euronext (controlla altri cinque piazze finanziarie oltre a quella di Milano, vale a dire: Parigi, Amsterdam, Dublino, Oslo, Bruxelles) per migliorare l’appetibilità di una quotazione sul listino principale.
Il Governo, in particolare, ha guardato alla dorsale che costituisce l’economia italiana, vale a dire le piccole e medie imprese. E per meglio rispondere all’evoluzione del mercato e consentire a una platea più ampia di società di «accedere a una disciplina maggiormente proporzionata», il Ddl Capitali modifica ed estende la definizione della categoria di Pmi emittente di azioni quotate (così come descritta nell’articolo 1, comma 1, lettera w-quater del Tuf) portando da 500 milioni a 1 miliardo di euro la soglia per la classificazione delle Pmi quotate in Borsa o nei mercati regolamentati.
Prevista anche, nell’articolo successivo del Ddl Capitali, la dematerializzazione delle quote delle Pmi, che potranno «esistere in forma scritturale» come previsto dal Tuf. Questo dovrebbe consentire alle Piccole e medie imprese di ridurre i costi e gli oneri amministrativi legati all’emissione e al trasferimento delle quote nel momento in cui queste società decidano di approcciare il mercato dei capitali.


