Ricette anti crisi

Beni rifugio, l’oro sostituisce il dollaro per banche centrali e fondi sovrani

Il sondaggio Invesco: «Il metallo giallo non è più trattato semplicemente come un bene simbolico o ereditario, ma gestito attivamente come una partecipazione strategica all’interno dei portafogli di riserva».

Maximilian Cellino

(Adobe Stock)

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Il dollaro rialza la testa, l’oro stenta invece a prendere una direzione definitiva e addirittura chiude con un bilancio negativo. La risposta dei mercati durante la settimana a maggior tensione che si sia vissuta sui mercati finanziari probabilmente negli ultimi quattro anni appare sotto certi aspetti sorprendente, perché sembra viaggiare proprio nella direzione opposta rispetto a quanto osservato negli ultimi tempi. Già le prossime sedute, a partire da oggi, diranno se la dinamica fra gli investitori (che al tempo stesso hanno peraltro penalizzato in modo significativo i principali strumenti denominati in valuta statunitense, come le azioni di Wall Street e i Treasury) si rivelerà duratura, oppure se la loro sia stata una reazione istintiva e possa lasciare di nuovo spazio alle tendenze delineate in precedenza.

Il sondaggio di Invesco

Quest’ultime sembravano del resto ben consolidate, soprattutto fra gli investitori che contano: quelle banche centrali e quei fondi sovrani che, secondo una recente inchiesta condotta da Invesco, nell’attuale contesto segnato da una crescente frammentazione geopolitica e dall’instabilità dei mercati valutari stanno sempre più sostituendo con l’oro gli asset denominati in dollari presenti nei propri portafogli. Il sondaggio, che ha coinvolto investitori con un patrimonio gestito di 800 miliardi di dollari e che anticipa l’Invesco Global Sovereign Asset Management Study 2026 la cui pubblicazione è prevista in estate, conferma come alla luce dei nuovi scenari le principali istituzioni finanziarie mondiali stiano ripensando in modo strutturale le gestione delle proprie riserve e incrementando il ruolo del metallo prezioso come copertura strategica di riferimento.

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Protezione geopolitica

«Le banche centrali non si chiedono più se detenere oro, ma come valutarlo e conservarlo» dichiara senza mezze misure Rod Ringrow, responsabile delle istituzioni ufficiali presso Invesco, individuando così «un profondo cambiamento nella mentalità istituzionale». Il progressivo deprezzamento del dollaro, almeno fino alla scorsa settimana, è come già accennato una delle principali ragioni alla base del cambiamento, ma non certo l’unica. Il metallo giallo è particolarmente indicato «per le istituzioni la cui flessibilità valutaria è limitata e che devono gestire i portafogli in periodi di forte stress» e il suo ritorno sulla cresta dell’onda si lega in modo più o meno esplicito anche al tema delle sanzioni: «l’oro fisico, in particolare se detenuto a livello nazionale - spiega lo studio - offre un grado di protezione contro il congelamento dei beni che altre riserve non possono eguagliare»

Un occhio alle valutazioni

Caratteristiche del genere hanno di sicuro assunto un’importanza aggiuntiva in un contesto di crescente incertezza geopolitica, ma pure il tema delle valutazioni non appare certo secondario per le decisioni degli investitori. Le performance dei prezzi del metallo giallo hanno infatti in molti casi generato anche fra gli istituzionali l’idea di doversi muoversi per non perdere nuovamente il rialzo: «Abbiamo inserito l’oro nel nostro scenario per la prima volta, spinti dall’andamento dei prezzi» ha candidamente ammesso un Banca centrale europea che ha partecipato all’inchiesta di Invesco.

Lingotto o Etf?

Visto l’aumento delle riserve auree, il dibattito si è progressivamente spostato verso il lato operativo e in particolare sulle modalità di detenzione del metallo prezioso. Secondo quanto si legge nello studio, l’oro fisico sembra infatti essere ancora la forma di proprietà preferita a lungo termine «sulla base di considerazioni di sovranità e accordi di custodia». Al tempo stesso anche gli Etf sono sempre più considerati un modo valido per aumentare l’esposizione in modo efficiente, «in particolare quando sono richieste rapidità e flessibilità». La sostanza però non cambia: «l’oro non è più trattato semplicemente come un bene simbolico o ereditario, ma gestito attivamente come una partecipazione strategica all’interno dei portafogli di riserva» conclude Invesco. E l’apparente battuta a vuoto della scorsa settimana potrebbe in fondo rappresentare un ulteriore fase di passaggio nel progresso continuo di crescita.

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  • Maximilian Cellino

    Maximilian CellinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese, tedesco

    Argomenti: Mercati finanziari, politiche monetarie, risparmio gestito, investimenti, fonti alternative di finanziamento, regolamento del sistema finanziario

    Premi: Premio State Street 2017 per il giornalista dell'anno - Categoria Innovazione

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