Rischio bolla

Auto elettriche e guerra dei prezzi in Cina, Pechino richiama i produttori

Dopo che Byd ha riacceso la corsa agli sconti, il Governo mostra preoccupazione: le autorità hanno convocato le case e invitato all’«autoregolazione». Stop a pratiche opache come quella dei «km zero»

di Alberto Annicchiarico

Continua a ritmo intenso l’espansione su nuovi mercati per Byd. Il direttore generale in South Africa Steve Chang posa durante un’intervista con Reuters a Sandton, in Sudafrica, il 4 giugno 2025. REUTERS/Siyabonga Sishi

3' di lettura

3' di lettura

La Cina è rapidamente diventata il più grande mercato mondiale per le auto elettriche, quasi 8 milioni di immatricolazioni di veicoli a batteria nel 2024 contro meno di 2 milioni nell’area Ue-Efta-Uk (Europa allargata). La spinta è arrivata da politiche pubbliche aggressive, sussidi generosi e una strategia decisa verso l’elettrificazione. Il governo ha investito decine di miliardi di dollari per sostenere innovazione, produzione interna e domanda. Ora quel modello mostra segni di surriscaldamento. C’è chi teme una bolla simile al crollo di Evergrande, il colosso immobiliare travolto dai debiti, che ha avuto effetti sistemici sull’economia e sui consumi. Con oltre 160 marchi attivi, Pechino si trova a gestire una guerra dei prezzi sempre più pericolosa e una probabile fase di fallimenti.

Nei giorni scorsi settimana i vertici di BYD, Geely, Xiaomi e altri produttori, sono stati convocati a Pechino da tre pilastri del potere: il ministero dell’Industria, l’autorità antitrust e l’agenzia di pianificazione economica. Tema: l’allarme per una competizione definita «eccessiva», che rischia di mettere in crisi l’intera filiera..

Loading...

La questione è semplice: per difendere le quote sul mercato interno, la cui crescita rallenta, molti produttori stanno tagliando i prezzi, fino a vendere in perdita. L’ultima mossa è di BYD, che ha offerto sconti fino al 34% (validi «fino al 30 giugno 2025», a fine aprile si è chiusa una finestra anche in Italia), provocando la reazione delle associazioni di categoria e dei media locali. La China Association of Automobile Manufacturers (Caam) ha parlato di un «ciclo vizioso», che mette a rischio la redditività e la tenuta della filiera.

Il titolo BYD, dopo il ruzzolone di lunedì 26 maggio (-8,6%), seguito all’annuncio degli sconti, ha recuperato quasi per intero. Gli sconti, limitati a un periodo, possono spingere i volumi e consolidare la leadership del primo brand mondiale di auto elettriche (Bev+Phev). E in prospettiva gli utili. In generale, però, il comparto auto ha risentito dei nuovi venti di guerra dei prezzi: l’Hang Seng Shanghai-Shenzhen-Hong Kong Automobile Index ha perso circa 400 punti, avendo però all’attivo una performance da un anno del +34%. Ci sono anche casi come Xpeng, che ha registrato un forte rialzo questa settimana, principalmente grazie all’annuncio di una partnership tech strategica con Huawei.

Le autorità hanno invitato le aziende all’«autoregolazione», evitando sconti eccessivi e pratiche opache come quella dei veicoli «a chilometri zero» (venduti come usati ma mai guidati per gonfiare le vendite). Dietro questo trucco contabile si cela un problema più grave: il deterioramento della liquidità. Secondo GMT Research, persino BYD starebbe ritardando i pagamenti ai fornitori per salvare l’apparenza nei bilanci. Il suo debito reale, secondo questa analisi, sarebbe dieci volte superiore a quanto dichiarato.

Il fatto che tre centri di potere abbiano agito congiuntamente mostra quanto Pechino stia seguendo da vicino la situazione. Un crollo disordinato di decine di produttori danneggerebbe l’immagine internazionale del “Made in China”, proprio mentre i gruppi cinesi sono sulla pista di decollo per una fase di espansione globale. Non a caso, i media di regime, dal People’s Daily a Xinhua, chiedono una «stabilizzazione» del mercato, mettendo in guardia dal rischio di veicoli a basso prezzo e bassa qualità. Argomento strumentale, quest’ultimo, visto che l’industria automobilistica cinese condivide di fatto buona parte della componentistica proprio per contenere i costi, e la qualità non è affatto scarsa.

Nonostante le premesse, l’incontro si sarebbe chiuso senza imposizioni formali. Solo un invito a cambiare passo. Siamo di fronte a un paradosso dell’economia cinese: prima lo Stato alimenta la crescita, poi dichiara di volerla rallentare. Troppi attori e una competizione globale che spinge a puntare tutto sull’export.

Infatti, mentre Pechino cerca di raffreddare gli eccessi interni, il numero uno accelera all’estero. Non solo in Europa, dove, ad esempio in Germania a maggio BYD ha registrato un risultato record con 1.857 unità vendute a maggio, una crescita di nove volte rispetto allo stesso mese del 2024. Nel Regno Unito i costruttori cinesi (tra i quali Omoda e Jaecoo di Chery, Polestar, Xpeng e Nio) hanno quasi raggiunto il 10% di quota di mercato. E anche qui BYD (+408% a maggio) guida l’avanzata, beneficiando dell’assenza di dazi: la casa costruttrice di Shenzhen ha raggiunto quasi 15.000 unità immatricolate nei primi cinque mesi del 2025, con una quota di mercato del 2,04% (MG Motor è ancora davanti con il 4,4% ma -8,3% a maggio). Mentre sul mercato italiano tra auto a batteria e soprattutto ibride plug-in il gruppo cinese è arrivato già al 10,4% di quota cumulata annua da solo. L’espansione vede brillare BYD anche in Brasile, dove scala rapidamente la classifica e avvicina i volumi di Jeep. In Sudafrica, infine, il colosso di Shenzhen ha annunciato l’intenzione di triplicare la rete di concessionarie entro l’anno.

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti